Ferzan Ozpetek passa dal mélo alla commedia brillante-sentimentale - sempre corale - con eleganza e grande scioltezza e, visto che il suo riferimento è l’illustrissima commedia all’italiana, fa centro. Strano ma vero, il regista italo-turco è riuscito a rievocare proprio i classici del genere, fra tragico e grottesco, fatto che negli ultimi anni non era riuscito nemmeno a molti autori al cento per cento italiani. Sarà perché ha le radici altrove, che è stato per tanti anni testimone attivo della realtà italiana e si è innamorato di Lecce (protagonista a tutti gli effetti), ma il regista ha ritrovato - con il co-sceneggiatore Ivan Cotroneo - non solo il contesto, le atmosfere, i personaggi e le situazioni, ma soprattutto i sentimenti e le emozioni giuste, da sempre il suo forte; quelle che esplodono (non solo) nel nostro meridione fra segreti e bugie, sogni infranti e parole non dette, particolarmente ‘in famiglia’.
Se il personaggio chiave di questa commedia corale è l’anziana nonna (una sempre superba Ilaria Occhini, recuperata al cinema da Mar Nero), Ozpetek ha dedicato il film a suo padre perché una parte delle vicende della benestante famiglia leccese - proprietari di uno storico pastificio - riflettono situazioni e personaggi autobiografici.
“Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre”. E’ questo il monito della nonna, lei che ha dovuto rinunciare all’amore della sua vita, sacrificando l’intera esistenza. E, infatti, cerca la redenzione/liberazione proprio nel nipote al quale confesserà che “gli amori impossibili non finiscono mai”, quindi l’amore bisogna viverlo subito, a costo di consumarlo.
Tommaso (Riccardo Scamarcio) è il figlio minore dei Cantone e rientra a casa da Roma deciso ad affermare le proprie scelte personali: non è vero che ha studiato economia, ma lettere, ed ora fa lo scrittore; ma soprattutto, dato che è gay ed ha nella capitale un compagno con cui convive da anni, è disposto a fare outing.
In casa c’è molta attesa per il suo ritorno: la nonna ribelle è intrappolata nel ricordo di un amore impossibile (da giovane, nei flashback, è interpretata da Carolina Crescentini); il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), attaccato alle tradizioni, maschilista ed adultero, è deluso nelle aspettative sui figli; l’amorosa e comprensiva madre Stefania (Lunetta Savino) è però ancora vittima delle convenzioni borghesi; mentre la zia Luciana (Elena Sofia Ricci), a dir poco eccentrica, vive fra la nostalgia di una fuga d’amore finita male e l’avventura erotica dei suoi incontri notturni clandestini (ma non troppo). La sorella Elena (Bianca Nappi) invece, moglie e madre, rifugge un destino da casalinga ed il fratello Antonio (Alessandro Preziosi) è da affiancare nella nuova gestione del pastificio di famiglia mentre è avviato verso un matrimonio di convenienza. Intorno a loro Alba (Nicole Grimaudo), una giovane in carriera, la cui strada incrocia professionalmente quella dei Cantone, e probabile candidata a moglie…
Ma sarà proprio Antonio - con un fatale colpo di scena - a sbarrare la strada al fratello più piccolo, rivelando per primo la sua diversità e ottenendo in cambio la libertà (di andarsene, naturalmente). A questo punto Tommaso si vedrà costretto a continuare la ‘recita’, anzi a diventarne involontariamente protagonista fra sorprendenti rivelazioni ed equivoci di ogni sorta.
Unica nota forse un po’ stonata - e sorprende provenga proprio da Ozpetek - l’arrivo improvviso da Roma del gruppo di amici di Tommaso, i soli a sembrare le tipiche macchiette degli omosessuali, tutti gridolini e mossette. Ma un passo falso, meno evidente, c’era già stato a questo proposito in Le fate ignoranti.
Peccato perché, fra lacrime e sorrisi, Mine vaganti scorre in raro equilibrio dall’inizio alla fine, quando tutto si confonde in una sequenza che abbraccia passato, presente e futuro e dove si ritrovano tutti i personaggi ed i veri sentimenti dalla storia.
Ozpetek, inoltre, si conferma grande regista di attori, ottenendo il meglio di ognuno di loro, e i belli del nostro cinema Scamarcio e Preziosi raggiungono con lui il loro massimo.
Bella la fotografia di Maurizio Calvesi che, tra suggestioni e colori, ricrea la luce, la magica atmosfera e le bellezze architettoniche della città.
Alle musiche di Pasquale Catalano, si aggiungono le canzoni di Patti Pravo Pensiero stupendo, che fa da sfondo ad un’erotica cena a base di tramezzini fra Scamarcio e la Grimaudo, e Sogno. Entrambe ben si adattano alla storia.
Nelle sale dal 12 marzo distribuito da 01 Distribution in 500 copie.
Curiosità
* Racconta il regista che la scelta di Lecce “risale alla mia prima visita della città, otto anni fa, e ne rimasi subito affascinato. In ogni caso per questo film io volevo il Sud con le sue particolarità, la classicità e le tradizioni. E Lecce ha una splendida atmosfera, dall’estetica dell’architettura agli ambienti naturali, al cibo eccellente, tutto un insieme di cose che da tempo mi spingevano a cercare laggiù la collocazione del mio film. Ed il risultato è stato meraviglioso, un’accoglienza straordinaria. Devo dire che dopo l’esperienza di Lecce mi sento più forte nell’affrontare la vita, sono entrate tante persone nuove nella mia esistenza, una serie di amici salentini che spero possano rimanere a lungo nella mia vita”.