Christopher Nolan e l’Odissea, a pensarci bene un incontro naturale. Tempo, viaggio, spazio, memoria, sogno e Storia sono da sempre gli architravi su cui poggia l’impalcatura filmica del regista di Inception, Intestellar e Oppenheimer. Un racconto che non procede in ordine cronologico, alterna presente e passato ed è pieno di flashback come quello di Omero, scritto tra l’VIII e il VII secolo a.C. e diviso in 24 libri, è allora approdo sicuro per chi ha manipolato, dilatato e relativizzato il concetto di passato, presente e futuro nella sua filmografia.
Costato 250 milioni di dollari e primo lungometraggio girato interamente in IMAX con pellicola 70 mm tra Marocco, Grecia, Italia, Islanda, Scozia e Stati Uniti, l’Odissea di Nolan, un progetto accarezzato da 20 anni, è un film potente, spettacolare, visionario e spaventoso che riflette il paesaggio naturale nello stato mentale di Ulisse e diventa atto d’amore per il Cinema sul grande schermo.
Esperienza sensoriale lunga 172’ tra kolossal mitologico e meditazione metafisica, il viaggio di ritorno di Ulisse (un magnetico Matt Damon) verso casa dopo la guerra di Troia è quello di un uomo in preda ad abissi interiori, il peso della responsabilità e l’accettazione del castigo di Dei ostili.
Fisico e intriso di monumentalità epica capace di trasportare, letteralmente, lo spettatore per mari, sentieri, avventure, naufragi, mostri ed incantesimi, Odissea mette in scena colpa, destino, presagi e sacrifici in un’opera imponente, emozionante e capace di coniugare antico e moderno con qualche licenza che ha scatenato inutili polemiche (Lupita Nyong’o, nata in Messico da genitori keniani, nei doppi panni di Elena e Clitennestra nere).
Ma al regista londinese più che la ricostruzione filologica e l’adattamento letterario in senso stretto interessa la forza simbolica dei personaggi di un film in cammino verso la ricerca dell’identità.
Nessuno può impedirmi di tornare a casa, nemmeno gli Dei afferma l’Ulisse straziato e mai domo di Matt Damon in fuga verso l’orizzonte (bellissima la sequenza con la moglie Penelope interpretata da Anne Hathawey) e con in testa il canto di promesse non mantenute.
Col rapper Travis Scott nei panni di un aedo ad incarnare il parallelismo tra la tradizione orale dei poemi epici e la cultura hip hop, ecco prendere vita davanti ai nostri occhi ciclopi (il Polifemo di Bill Irwin è stato realizzato senza l’uso di CGI affidandosi ad un burattino animatronico) e ninfe innamorate (una meravigliosa Charlize Theron nei panni di Calipso che nutre a fior di loto e imprigiona per 7 anni Ulisse sull’isola di Ogigia), maghe che trasformano soldati in maiali (Samantha Morton è Circe nella sequenza più bella del film) e giganteschi cannibali in armatura (i Lestrigoni), un cavallo di Troia immerso nella sabbia e le ombre dei morti nell’Ade che indicano la strada da seguire e reclamano sepoltura.
E poi ancora un figlio in attesa di diventare grande (Tom Holland è Telemaco) e il potere del sacrificio (Sta nel prezzo di chi lo paga dice Ulisse), i popoli del mare come nuova minaccia e un vecchio cane che prima di morire vuole salutare il suo padrone, un fedele porcaro cieco (John Leguizamo), un gorgo mostruoso (Cariddi) e una schiera di pretendenti alla corte di Penelope (Robert Pattinson è il mellifluo Antinoo a capo dei Proci).
Mentre fiumi di fuoco incontrano fiumi di ghiaccio, la Dea Atena (una scialba Zendaya, l’unica nota stonata del film) sorveglia Ulisse e Nolan fa di fame e fatica presenze tattili.
Nota a parte per la suggestiva colonna sonora del premio Oscar Ludwig Goransson, Niente orchestra e l’uso di una lira, un autos (strumento a fiato dell’antica Grecia) e 35 gong di bronzo combinati coi sintetizzatori per ricreare i suoni dell’epoca. Con un martellante tambureggiamento durante la sfida finale con l’arco ad Itaca che rimane impressa nel cuore e nello stomaco dello spettatore.
Da non perdere.
In sala dal 16 luglio distribuito da Universal Pictures Italia