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lunedì 29 giugno 2026
di Claudio Fontanini
Separazioni
Il senso della perdita e l’elaborazione del lutto nel bel film di Chiantini
Scarnificato, minimalista ed essenziale senza vocazioni autoriali, il cinema del prolifico Stefano Chiantini (cinque film negli ultimi cinque anni tra cui il notevole Una madre del 2023 con Micaela Ramazzotti) trova conferma assoluta nel suo ultimo lavoro, Separazioni presentato nella sezione Zibaldone all’ultimo Torino Film Festival. 

Il dolore della perdita, l’elaborazione del lutto e la ricerca di un nuovo senso da dare alla vita sono alla base di un’opera che scava lenta e inesorabile nelle psicologie di personaggi feriti e in bilico sull’orlo dell’abisso esistenziale. Mara (un’intensa Barbora Bobulova) e Pietro (Adriano Giannini) hanno due figli adolescenti, Laura (Ludovica Rubino) e Agostino (Giordano Fochetti) e sono quella che si direbbe un’esemplare famiglia borghese. 

Lei insegna latino e frequenta la parrocchia (Che alternativa c’è oltre a sperare e ad avere fede? gli domanda il parroco), lui gestisce un negozio di abbigliamento per la montagna e tutti e due hanno storie extraconiugali. Fino a che la ragazza scompare in gita rimanendo vittima di un incidente di montagna e le reazioni saranno opposte. Iniziano le ricerche (ma il meteo non aiuta) e intanto viene ritrovato il fidanzato che era con lei (Siamo scivolati dice all’ospedale a Giannini che lo rimprovera con un E tu che hai fayto?) con domande senza risposta e sensi di colpa che prendono il sopravvento. E quel vecchio video che il padre ogni tanto vede sul suo cellulare a ricordare una famiglia che non c’è più. 

Aperto simbolicamente da una statua di una Madonna su una seggiovia che sale verso il cielo, Separazioni, scritto dallo stesso Chiantini e girato in un magnifico bianco e nero fotografato da Pietro Carnera, vive di silenzi e tormenti interiori, rigore assoluto e di un’oppressione fisica e mentale che mette in luce la disgregazione affettiva di un nucleo familiare, proprio come avveniva nel magnifico Forza maggiore (2014) dello svedese Ruben Ostlund

Location nell’entroterra abruzzese, tra Campo Imperatore e i Monti della Laga, il nuovo film del regista di Isole, Storie sospese e Naufragi (a pensarci bene i suoi titoli sembrano un manifesto della sua poetica) richiede attenzione massima e concentrazione da parte dello spettatore in un gioco di segnali impercettibili da cogliere e di sfumature caratteriali che danno il senso a questo film rarefatto e fuori dagli schemi della narrazione classica (qui succede pochissimo e a contare, più che la trama, è lo sguardo dei protagonisti), 

Con quell’apertura al colore del finale a sottolineare la voglia, e forse la possibilità, di tornare a respirare la vita. Anche se non c’è più un noi. 


In sala dal 2 luglio distribuito da Fandango 


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