Si presenta in un diner affollato di Los Angeles in una notte oscura. Dice di venire dal futuro per la 117ma volta e di combattere l’I.A e i social media, è vestito come un barbone (Vengo da un inferno apocalittico quello che ho addosso è fashion replica risentito a un cliente), ha in mano un detonatore e cerca reclute per la rivoluzione (una singola combinazione è quella giusta per avere successo nella missione).
Ci voleva un regista originale ed eclettico come Gore Verbinski (Pirati dei Caraibi, The Ring, Rango) per prendere posizione contro i pericoli dello stordimento globale e dell’imminente annientamento tecnologico. Dietro la facciata della satira ecco un film drammaticamente attuale e allarmante che invita a riprendere in mano il controllo delle proprie vite non rimanendo succubi di realtà apparentemente perfette ma illusorie e costruite su rapporti liquidi.
Ed ecco in mostra cervelli consumanti dagli algoritmi e mostruosità digitali fuori controllo (vengono i brividi ad osservare June Temple dialogare col figlio morto e tornato in vita in un corpo clonato col Dna e che parla con pubblicità annessa nella versione più economica), visori che trasportano verso transizioni permanenti in un loop di svago e distrazione in una terra desolata.
Mentre quell’uomo venuto dal futuro, che da ragazzino sognava di vedere l’alba con la madre, punta dritto verso la casa di un bambino di 9 anni che vive su una montagna di fili aggrovigliati e, come un nuovo Dio, progetta la versione definitiva dell’I.A.
Tra paranoie e linee temporali, sparatorie scolastiche all’ordine del giorno, insegnanti che sognano anni sabatici (Tolstoy? Un boomer… dice dello scrittore russo una studentessa annoiata e con l’occhio fisso sul telefono mentre viene invitata dal Michael Pena a leggere Anna Karenina), una principessa per feste di bambini allergica alla tecnologia (Haley Lu Richardson sanguina dal naso quando viene a contatto con telefoni e reti wi-fi) e un gatto mostruoso e gigantesco con le zampe, il film di Verbinski, scritto da Matthew Robinson e presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, è una folle e sfrenata commedia fantascientifica, un forsennato carosello horror di inseguimenti e avventure rocambolesche che in 130’ mette alla sbarra un’umanità che ha demandato al virtuale potere e responsabilità.
Tutti colpevoli e tutti complici accusa il magnifico ed istrionico Sam Rockwell vestito in un surreale impermeabile trasparente ricoperto di tubi d’epoca sovietica, cateteri, pezzi bizzarri di macchine CPAP, un sospensorio, fili aggrovigliati e circuiti rotti. Perché il progresso è tale solo se migliora le cose e la versione catatonica dell’essere umano 2.0 è soltanto il riflesso distorto di ciò che siamo.
Tra L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, lo Spielberg di Ready player one ed Essi vivono di Carpenter, Verbinski- che torna alla regia a otto anni da La cura del benessere- distilla interrogativi inquietanti (Chi non vorrebbe vivere una vita migliore pur sapendo che non è reale?) con la brillantezza di un cinema spettacolare e premonitore. E l’arrivo in quella nuova via della salvezza non regala nemmeno un finale catartico. Perché l’era della menzogna è ancora imperante. Da vedere.
In sala dal 25 giugno distribuito da Vertigo