Un futuro non troppo lontano dove i droni consegnano pacchi e bambini come le vecchie cicogne, una coppia che ha perso due anni prima in un incidente il figlioletto di 7 anni, il potere e la natura dell’amore e la conquista di una nuova identità. In Sheep in the box (il titolo, lo scoprirete, rimanda al Piccolo principe di Saint-Exupery) Hirokazu Kore-eda si muove lungo la direttrice narrativa di A.I. Intelligenza artificiale di Spielberg (2001) ribaltandone però visione e prospettiva.
Se il regista americano condannava un robot alla struggente solitudine e all’impossibile desiderio di farsi umano, l’autore giapponese di Father and son, Un affare di famiglia e L’innocenza mette in scena il tentativo dell’umanoide di sognare la realizzazione di un altro mondo dove sia possibile la riconciliazione tra organico e natura.
Presentato in concorso a Cannes, Sheep in the box (126’) è un film di spazi e di vuoti da riempire (affettivi e materiali) e di solide travi per gettare le basi di una nuova convivenza. Con Otone (Haruka Hayase, già impiegata da Kore-eda in Little Sisters) e Kensuke (Daigo, uno dei più popolari comici giapponesi qui al debutto cinematografico da protagonista), lei architetto che non vede l’ora di riabbracciare la copia di Kakeru (Rimu Kuwaki), lui capo cantiere edile scettico e diffidente sulla rinascita tecnologica del figlio morto, chiamati ad una (ri)educazione di quel bimbo in prova gratuita che parla con la stessa voce del figlio, ha le sue stesse fattezze ma non può mangiare né toccare l’acqua (con quel bagno impossibile nella vasca col padre a segnare i confini di una impossibile intimità naturale).
Così lui si fa chiamare dall’androide signore e non padre (anche se quando Kakeru gli elenca le stazioni dei treni come faceva il figlio morto vacilla emotivamente) mentre la madre lo scopre a parlare con uno sconosciuto nel bosco e percepisce che quel prodotto di un lutto non elaborato forse nasconde qualcosa.
Algido, elegante, sin troppo morbido e metaforicamente scoperto (la casa sull’albero), Sheep in the box preferisce i concetti filosofici (A chi appartengono veramente i morti?) alle emozioni, l’etica e lo stile calmo alla profondità del sottotesto in quella che si rivela una favola ecologica e post umana priva di slancio vitale e che non brilla certo per originalità.
Con un inno finale al perdono e all’accettazione della diversità in una foresta popolata dai bambini perduti de Le avventure di Peter Pan. Per chi ha descritto e analizzato in modo impareggiabile la famiglia (il fulcro centrale del suo cinema) un mezzo passo falso forse dovuto più all’impianto rappresentato che alle reali intenzioni del grande regista giapponese.
In sala dal 27 agosto distribuito da Bim e Lucky Red