Anche i sicari hanno un’anima. O almeno, la cercano. Succede nello straordinario Wild horse nine di Martin McDonagh, uno dei film dell’anno del quale risentiremo parlare ai prossimi Oscar. Presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia, dove un monumentale e magnetico John Malkovich ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore, il film, ambientato a Santiago nel ’73 poco prima del colpo di stato cileno orchestrato dagli americani, racconta di due agenti CIA in missione e alle prese con la malattia terminale di uno di loro.
Lee (Sam Rockwell alla terza volta col regista britannico-irlandese dopo 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri) ha una moglie che lo aspetta a casa e intanto beve e lo tradisce con tutti (in lista anche un ex clown…), Chris (Malkovich) straparla e detta le sue memorie ad un dittafono mentre legge biglietti che gli ricordano che deve morire e lo invitano a non fidarsi del suo amico.
Finiranno sull’isola di Pasqua (Rapa Nui per gli indigeni) per volere del secondo (o forse no…) dove tra moai e studentesse comuniste, parole in codice e fisime cattoliche, iniezioni di morfina e democrazia da destrutturare, cavalli selvaggi e questioni filosofiche (I dinosauri vanno in Paradiso?) quella strana coppia passa in rassegna un bilancio esistenziale fatto di cose terribili eseguite per un bene superiore, morti e rimpianti.
Con McDonagh che dopo Gli spiriti dell’isola firma la sua opera migliore passando dai dialoghi surreali alla Pulp fiction della parte iniziale (irresistibile la lezione di Malkovich sulla deriva democratica che produce cattivi formaggi) per poi intrecciare commedia nera e thriller politico in un succedersi di avvenimenti da non rivelare. In mezzo c’è (forse) il fucile che ha sparato a Kennedy a Dallas e una valigia con una bomba dentro (occhio ai nani che giocano a basket come diversivo…), le paranoie dei due agenti (sulle loro tracce c’è Steve Buscemi a capo dell’operazione cilena e sempre in maniche di camicia lunghe ….) e gli ultimi desideri di chi, prima di morire, vuole finalmente smettere di dire bugie e prova anche a risentire il fratello musicista che dieci anni prima gli aveva tirato una patata addosso (folgorante apparizione di Tom Waits che risponde alla cornetta dalla sperduta Monument Valley).
Dialoghi affilati, sensi di colpa e il paesaggio che circonda i due protagonisti a farsi personaggio e fotografia di stati d’animo come avviene da sempre nel cinema di McDonagh. Si ride, si riflette e ci si commuove nel magnifico finale dopo durissime lezioni di storia (Le marce di protesta? Servono solo a fotografare i partecipanti, ci vogliono le pistole che sparano per cambiare le cose dice Malkovich alla studentessa) e le struggenti note di I’m so lonesome i could cry di Hank Wlliams (Hai mai visto piangere un pettirosso quando le foglie iniziano a morire?), uno dei brani più famosi della storia della musica country, a dare l’addio alla vita a chi ha capito troppo tardi cos’era meglio e giusto fare. Da non perdere.
In sala dal 5 novembre distribuito da The Walt Disney Company Italia