L’ossessione del controllo e il disfacimento di una famiglia borghese, una confessione irrimandabile e una bugia che si è fatta macigno, un processo ad una madre e un disperato gesto d’amore sotto un diluvio universale. In concorso alla Mostra di Venezia e capitolo conclusivo della trilogia della pioggia, così l’ha definita scherzosamente il regista, dopo Piove e La valle dei sorrisi, L’estranea è un thriller soprannaturale (con venature horror) che sbriciola nel genere una saga familiare dove ricchezza fa rima con aridità sentimentale.
Noi eravamo tutto quello che gli altri volevano diventare inizia a raccontare Anna (una magnifica Jasmine Trinca) alla figlia (Romana Maggiora Vergano) alla quale fa visita a Roma dopo che lei, aspirante attrice, si è allontanata da Bari da anni.
Inizia da qui un racconto che viaggia nel tempo (si comincia nel 1999) articolandosi tra flash back e raccordi a spirale per mettere in luce la vera storia della famiglia Colonna. Negozio d’alta moda a Bari gestito dal marito arricchito (un misurato Adriano Giannini), feste di ricevimento in villa con piscina con ospiti rigorosamente in bianco, due figli belli e lanciati verso il successo (il maschio è un promettente calciatore, la femmina è stata presa per una pubblicità della Barilla) e la sensazione di onnipotenza.
Fino ad un incidente imprevedibile (il cane che azzanna la figlia) che scatena una serie di eventi a catena e che vedono la madre dialogare in una cappella con una misteriosa donna venuta da lontano (irresistibile Valeria Bruni Tedeschi) e che chiede vite in cambio di vite da salvare…
Survoltato e lisergico, attento a spazi e geometrie che segnano confini reali e immaginari, psicologico più che violento e sostenuto nei momenti topici da Narcotic, il brano del 1998 della band tedesca dei Liquido e dall’inquietante Nessuno dei Baustelle, il film di Strippoli è una tragedia morale che tiene desta l’attenzione dello spettatore per 1h55’ tradendo le attese soltanto negli ultimi 10’, con quel finale davvero eccessivo e barocco che fa rima con saturazione più che con sorpresa.
Tra bullismo (bellissimo il capitolo dedicato al figlio, divenuto grasso negli anni a venire, e torturato dal rampollo della cameriera con una voglia in faccia) e tentati suicidi durante la finale dei mondiali del 2006 (con la Tedeschi che dichiara ironicamente di aver tifato Francia alla madre), inutili preghiere e tensione strisciante, L’estranea conferma il talento del 33enne regista pugliese che lavora per accumulo tra ambiguità e rimozioni dell’inconscio.
Col senso incombente di un’apocalisse, morale e naturale, che forse farà pulizia di vite vendute e colpe ereditate. Designato per rappresentare l’Italia nella categoria miglior film internazionale ai prossimi Oscar.
In sala dall’8 ottobre distribuito da 01