Un film a scatole cinesi che mette in scena, letteralmente, l’imminente fine del mondo come lo conosciamo. In Digger, Alejandro G. Inarrritu parla di disastri ambientali e potere incontrollato, informazione manipolata e stili di vita insostenibili. Lo fa attraverso una satira allarmata che spiazza le attese dello spettatore e gioca con le maschere e i ruoli di un teatro di marionette.
Sceneggiato da Inarritu con Alexander Dinelaris, Nicolas Giacobone e Sabina Berman, gli stessi di Birdman col quale il nuovo film del regista messicano condivide più di un tema, Digger inizia col magnate del petrolio- un quasi irriconoscibile Tom Cruise invecchiato, quasi calvo e imbolsito dal prostetico- che si sveglia al mattino con accanto la sua gatta bianca che condivide il letto con lui da 30 anni ed è ormai in fin di vita.
Una telefonata in arrivo e una catastrofe all’orizzonte. In Groenlandia, dopo un’esplosione su una piattaforma, si è formata una crepa di 9 metri dalla quale fuoriesce metano e un iceberg grande quanto Washington si è staccato e viaggia in direzione Europa.
All’orizzonte uno tsunami e centinaia di migliaia di morti ed ecco la riunione col Presidente degli Stati Uniti malato di cancro (meraviglioso John Goodman che fa del suo corpo destino mondiale) che invece di sperare in venti e correnti oceaniche intende bombardare la calotta.
Il panico è una risorsa dice Digger che intanto blocca i firewall dell’I.A. per controllare la narrazione mentre ha fede in un potere superiore.
Entreranno in ballo l’ipocrisia di chi accusa il magnate di genocidio e intanto non può vivere senza petrolio (il lungo discorso alla Camera di Cruise vale il prezzo del biglietto), la corsa al ghiaccio come il nuovo West e le colpe dell’Europa (Sono ragazzini che fanno pipì da seduti dice Digger nell’esaltato j’accuse).
Tra scorie radioattive e tossiche e l’atomica contro la Cina pronta ad esplodere (peccato che la posto del pulsante, nella valigetta, il Presidente Usa trovi tre libri da leggere…), bombe sganciate con la scritta fottiti natura e impossibili miracoli, il film di Inarritu (128’) non brilla certo per originalità di tematiche ma lo fa con uno stile che ibrida il Dottor Stranamore e Mars Attacks! ma che centra il bersaglio della satira solo qua e là.
Verboso, spesso urlato, sopra le righe e ansiogeno (il finale, da non rivelare, resterà a lungo nella nostra memoria cinematografica, e speriamo solo quella) Digger, sostenuto dalle bellissime e inquietanti musiche di Bryce Dessner, è opera destinata a dividere per ambizioni (budget da 125 milioni di dollari), toni ed esito.
Con quel ribaltamento di prospettiva a metà film che rivela il ruolo dell’Arte e la necessità della condivisione per sperare in un nuovo futuro. Un teatro, forse, ci salverà.
In sala dal 1 ottobre distribuito da Warner Bros.Italia