Girato in condizioni difficili, tra il fuoco incrociato della repressione degli ayatollah e dei bombardamenti di Trump, arriva in sala uno dei film più belli visti in Concorso alla Mostra del cinema di Venezia (sembra incredibile che non abbia ricevuto nemmeno un premio).
Un piccolo, grande film toccato dalla grazia e da quel sapore di autentica verità che fa venire in mente la lezione del nostro neorealismo, sapientemente memorizzata da Ali Asgari (ha studiato al Dams dell’Università di Roma Tre), il regista iraniano di Divine Comedy e Kafaka a Teheran giunto al suo sesto lungometraggio.
In Un po’ di luce ecco un medico di un ambulatorio di Teheran che dopo essere stato arrestato e liberato su cauzione si è visto chiudere lo studio e revocata la licenza per aver curato un manifestante alla quale la polizia aveva sparato.
Senza fiducia nel futuro (In questo Paese ti svegli al mattino e non sai se arriverai a sera) e deciso a togliersi la vita a breve, l’uomo prepara i familiari ad affrontare la sua scelta. C’è da dare la notizia al fratello, alle due sorelle (con la maggiore che non vede da due anni) e, soprattutto, all’anziana madre.
Ed eccolo in auto con le sue amate piante e il gatto da consegnare ad un nuovo padrone in un doloroso viaggio d’addio che a poco a poco si trasforma in un percorso di nuove scoperte e inattese quotidianità in grado di riconciliare col mondo.
Scritto dal regista con Shadmehr Rastin (candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Un semplice incidente di Jafar Panahi) il film, limpido e struggente eppure venato di un umorismo sotterraneo (Non ti droghi, non bevi, non vai a donne, così la tensione si accumula, lo rimprovera il fratello per farlo desistere dal suo intento), Un po’ di luce- un titolo che è un vero e proprio manifesto esistenziale- passa in rassegna sofferenza e disobbedienza civile (i sigilli allo studio tolti per fare l’impegnativa alla figlia del paziente malato che si presenta sotto casa), misticismo orientale (Cosa cerchi nella vita? chiesero a Buddha e lui rispose Voglio arrivare a smettere di cercare… le ricorda la sorella che insegna yoga), funerali trasformati in matrimoni (la vicina di casa della sorella che la invita alla serata per festeggiare il figlio ucciso dal regime) e spettacoli clandestini che mettono in scena la vita (con quel palloncino gonfiato da una madre e il figlio che vuole abbandonare l’Iran che le dice che vuole portare con se il suo respiro che vale il film).
Ma è la semplicità, il dettaglio (quei camici insanguinati nello studio medico messo sottosopra dall’irruzione della polizia) e il gesto minimale e in apparenza trascurabile ma in realtà decisivo (cambiare una lampadina, gustare una fetta di anguria, aiutare una vecchina con la borsa della spesa, fare un’iniezione) a illuminare questo film che lascia tracce indelebili nel nostro cuore e nella nostra memoria. Per ricordarci cosa dà davvero valore alla vita e quanto gli invisibili legami familiari siano antidoto potente alla solitudine. Da non perdere.
In sala dal 1 ottobre distribuito da Teodora