L’omicidio di Luca Varani, il ventitreenne sequestrato e torturato per tre giorni da Manuel Foffo e Marco Prato il 4 marzo 2016 e il successivo libro omonimo di Nicola Lagioia sono al centro de La città dei vivi, il bel film di Edoardo Gabbriellini in concorso nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia.
Tratto da una storia inspiegabilmente vera, recita la didascalia iniziale del film, scritto dai fratelli D’Innocenzo che poi hanno deciso di togliere la loro firma dai titoli di testa. Si comincia con una coppia (Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua) di fronte a neonati.
Sceglieranno Luca come figlio adottivo che vent’anni dopo lavora col padre su un furgone di dolciumi che si sposta per Roma mentre frequenta i suoi amici di periferia e sogna un futuro con la sua fidanzata (Gaia Merlonghi, una scoperta).
Giornate davanti alla slot machine o magari a tentare di rubare una collanina ad un coetaneo col quale poi fare amicizia davanti ad un panino e una birra. Curriculum gettato nel cestino e abbandonata la scuola serale, Luca vuole i soldi, tanti e subito, per progettare una nuova vita con la sua ragazza. Quel lavoro umile e ordinario col padre non gli basta più e l’apprendistato all’officina come verniciatore sarà l’ultimo passaggio prima di imboccare una strada senza ritorno che lo porterà ad una morte non annunciata.
Complice un amico che lo indirizza verso incontri clandestini a luci rosse tra omosessuali, Luca firmerà la sua condanna. Zero sociologia, nessuna spiegazione, gli assassini sullo sfondo, suggerire più che mostrare (dell’appartamento degli orrori si vedono solo dettagli rivelatori).
Regia asciutta e naturalistica, non priva di teneri squarci di lirismo (il bellissimo tragitto in autobus di Luca con la sua ex compagna di scuola incontrata per caso sui sedili nel viaggio verso la morte), quella di Gabbriellini rivela l’intenzione di osservare più che dimostrare in un film che incrocia microcosmo sociale e assurdità del destino. Un romanzo di formazione interrotto- come lo definisce giustamente il regista- con scene che lasciano il segno (Nun se po’ fa niente pè salvarlo dice Mastandrea sgomento e inebetito all’obitorio di fronte al cadavere del figlio; il pranzo familiare dopo la morte di Luca con la sua ragazza che reclama il diritto dei vivi), attori in parte (lode ad uno straniato e apparentemente impassibile Emanuele Maria Di Stefano) e un pudore estetico che vale più di mille sensazionalismi.
In sala dal 1 ottobre distribuito da Eagle Pictures