Ci sono film a tesi così scoperte che, pur nelle nobili intenzioni, rischiano di produrre nello spettatore l’effetto opposto a quello desiderato inizialmente dall’autore. E’ il caso di Nessun dolore (il titolo, apparentemente incomprensibile arriva da un verso di Mario Luzi contenuto nel libro Sui fondamenti invisibili) , l’ultimo film di Gianni Amelio passato fuori concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia e col quale il regista calabrese torna a confrontarsi coi temi dell’immigrazione a trentadue anni da Lamerica.
Aperto da una didascalia provocatoria (La storia che vi raccontiamo non è ancora realmente accaduta), il film di Amelio è un viaggio nell’empatia del dolore e nella misericordia umana trascinato da un personaggio in preda al senso di colpa e al bisogno di espiare.
Libraio romano che non legge molto ma vende testi con bancarella vista piazza Risorgimento, Davide (Alessandro Borghi che recita senza nascondere i suoi tic nervosi) flirta con Elsa (Valeria Golino) una cliente complice e docente universitaria che gli fornisce libri di seconda mano e nasconde qualche segreto dal passato.
Giornate ripetitive e senza apparenti sussulti, fino alla comparsa di un bambino nordafricano che gli si para davanti e su invito del padre, che vuole consegnarglielo per dargli una vita più agiata, lo pedina senza sosta. Non basta qualche soldo offerto o la colazione pagata, quel bambino vuole vivere con lui.
Cacciato bruscamente dopo vari tentativi, finirà in ospedale dopo essere stato investito da una macchina. E proprio tra le corsie del pronto soccorso l’incontro con Aminah (Beidja Yahiaoui), una ragazza tremante, impaurita, incinta e appena arrivata dall’Algeria su un barcone d’immigrati, fa scoccare in Davide la scintilla dell’altruismo.
Con l’uomo che si ritrova la sua casa popolata ogni giorno da qualche immigrato in più (alla fine saranno una quarantina). Fino alla denuncia dei condomini per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alle porte del carcere che si spalancano in una vera e propria odissea del quotidiano che da personale si fa collettiva.
Coi la cultura (I libri devono camminare… dice Valeria Golino) e la cultura, a fare da stella cometa ad un film manifesto che stempera l’emozione nello schema. Con qualche bella sequenza (su tutte l’incontro di Davide con il guardiano della camera mortuaria, un umanissimo Valerio Mastandrea e la sepoltura del sottofinale), l’Ornella Vanoni di Bello amore in sottofondo (la cosa migliore di una colonna sonora che sottolinea e gonfia ogni sequenza) e frasi assolutorie (Non sono stati loro, sono brave persone… afferma Davide che trova la casa spoglia di tutto tranne che dei suoi libri) che sbandierano le ragioni del cuore ad ogni costo e contro ogni evidenza.
Mentre Nessun dolore che finisce per essere opera ricattatoria e moraleggiante più che necessaria e lontanissima per resa dalla dialettica emotiva de Lamerica. L’umanesimo di Gianni Amelio ha toccato ben altre vette (ultimo esempio il magnifico La tenerezza) e con film come questi, più fantastici che realistici, non si cura il dolore del mondo. Oltre il buonismo d’accatto servono coscienze, regole e leggi per una convivenza civile e senza steccati ideologici.
In sala dal 24 settembre distribuito da 01