All’origine c’è l’omonima favola di Esopo sul diverso affetto che la scimmia riserva ai suoi due cuccioli ma l’esordio alla regia di Tommaso Landucci (autore dello struggente doc Caveman del 2022) è molto di più ovvero uno dei film più belli visti all’83ma Mostra di Venezia (il film è passato nella sezione Orizzonti dove ha ottenuto due premi per miglior attore e sceneggiatura ma avrebbe meritato il Concorso).
Un padre (il magnifico Riccardo Scamarcio, nel ruolo pià bello ed intenso della sua carriera e qui anche produttore illuminato) diviso tra l’amore per il figlio disabile (Andrea Aggio) e quello per il nipote (Tancredi Naldini), sospeso in un ponte immaginario tra realtà e vita sognata, è il protagonista di un film coraggioso, rigoroso, intimo e carico di problematiche che non si fanno mai ricatto emotivo.
Forte di una bellissima sceneggiatura, firmata dallo stesso Landucci con Damiano Fenfert e vincitrice nel 2021 del premio Solinas, I figli della scimmia mette in scena l’inconfessabile attraverso sentimenti nascosti e apparentemente scandalosi per la morale comune.
Al centro la complessità dei rapporti umani, i limiti dell’amore e il fardello del senso di colpa come compagno di viaggio. Si comincia e si finisce in una vasca da bagno con quel padre amorevole che aiuta il figlio cerebroleso a fare il bagno nella vasca e scherza con lui con la morte nel cuore. In mezzo, tra la routine delle visite e il lavoro (è perito assicurativo in società col fratello, Fausto Russo Alesi che lo accusa di essere superficiale), ecco una vecchia moto da rimettere in strada che si metafora di nuove opportunità attraverso il nipote.
Un quattordicenne problematico che rischia la bocciatura a scuola e assume il ruolo del figlio che avrebbe voluto avere mentre Dario assume le vesti del padre che avrebbe potuto essere. Con un gioco di proiezioni, desideri inespressi e difficili equilibri familiari che Landucci racchiude e concentra in 4:3 di grande resa.
Mentre generosità ed egoismo che si danno la mano e accettazione e rimpianto si specchiano nella faccia dolente di un Riccardo Scamarcio mai così bravo e convincente. Un’opera, come afferma giustamente Landucci su un tabù impossibile da dirsi: quello che nessun genitore desidera avere un figlio disabile. Perché prima del dolore per un figlio nato così c’è il lutto per l’altro figlio, quello immaginato e atteso durante la gravidanza al quale si deve dire addio prima ancora di averlo incontrato. Da non perdere.
In sala dal 17 settembre distribuito da Medusa