A ventisette anni di distanza da Garage Olimpo, il suo capolavoro, il regista italo-cileno Marco Bechis torna a raccontare gli orrori della dittatura militare argentina iniziata col colpo di stato del 24 marzo 1976 guidato da Videla, Massera e Agosti. Fino al dicembre dell’83 si susseguiranno sequestri, torture e ratti di neonati sottratti ai detenuti e dati a famiglie vicine al regime.
In concorso alla Mostra di Venezia, Ritorno a Buenos Aires cambia prospettiva e mette a fuoco il processo, che porta lo stesso nome del film del ’99 e al quale il regista ha partecipato come testimone.
Si comincia nella Torino del 2008 con Mariano Guerra (un magnifico e quintessenziale Adriano Giannini) medico che lavora col 118 e che salva un paziente in ambulanza dicendogli bravo, ti è tornata la voglia di vivere. Quasi un complimento a se stesso, ora lupo solitario che disdegna affetti e sentimenti.
Saranno gli inviti pressanti e gli appelli ascoltati sulla segreteria telefonica a convincerlo a tornare dopo trentatre anni a Buenos Aires per testimoniare in aula. Serve la sua presenza fisica con viaggio, vitto e alloggio (in comune con gli altri ex prigionieri) pagati dal Tribunale argentino ed ecco Guerra alle prese coi fantasmi del passato e della Storia in un film intimo, politico e allucinato.
E problematico perché il protagonista di Ritorno a Buenos Aires è stato prigioniero per due anni e 46 giorni al Garage Olimpo ma è stato anche salvato da uno dei tanti voli della morte, dove i prigionieri venivano scaricati dagli aerei in mare dopo iniezioni di Pentothal, dal sadico Dottor K che lo prese come sorvegliante e aiutante dell’infermeria facendone un cane fedele agli ordini del suo aguzzino.
Tra flash back e crisi di coscienza (Guerra fu costretto a fare i nomi di alcuni dei suoi ex compagni di lotta armata), riflessi di se stesso in uno specchio infranto e minacce latenti (In aula si può entrare come testimone e uscirne come imputato dice a Guerra il giudice donna) il film di Bechis incrocia presente e passato a meraviglia in un solido, e in parte autobiografico, trattato di sopravvivenza che illumina il sottile confine tra privilegi e collaborazionismo.
Con molte sequenze potenti ed emozionanti (l’incontro di Guerra nei bagni del tribunale col Dottor K, la visita al campo di concentramento dell’ESMA, uno dei centri clandestini dove 30.000 persone furono sequestrate e torturate e oggi Museo per la memoria dei crimini della Dittatura), qualche inciampo (Guerra che chiede una sigaretta a Torino a tre ragazzi per poi rubargli l’accendino con Bechis che sbandiera forzatamente di non voler fare un santino del suo protagonista, l’azzardata scena di sesso con la testimone) e un finale, più sensoriale che reale, non all’altezza del resto.
In sala dal 17 settembre distribuito da Fandango