Una storia d’amore, una casa in cui i confini tra presenza e assenza si confondono fino a dissolversi, un rapporto dove s’intrecciano cura e dipendenza, desiderio e controllo. In concorso alla Mostra di Venezia, The echo chamber di Andrea Pallaoro mette in scena l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci scritta nel 2017 con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Leo (Luca Marinelli) e Anna (Alicia Vikander) si inseguono, si sfiorano, si perdono e si cercano in un gioco autoriale (formato 4:3 e dialoghi rarefatti) che si fa apprezzare più per la confezione tecnica che per la resa emotiva.
Si comincia con lui, produttore musicale italiano a Londra con passato da musicista fallito, che sniffa droga e finisce in overdose. Dopo il rehab sarà una giovane e bella fisioterapista a prendersi cura dei suoi dolori alla schiena e del suo cuore mentre Pallaoro (un habituè del Lido dopo i passaggi veneziani di Medeas, Hannah con Coppa Volpi alla Rampling nel 2017 e Monica) tratteggia attimi che attraversano il tempo e sfumano i contorni di una storia che lascia affiorare ciò che resiste o che non può più essere trattenuto.
Così vicini, così lontani. Con l’uomo che manda via la donna dopo averci fatto l’amore (Non riesco a dormire con qualcuno al mio fianco) e lei che dopo la rottura torna nell’appartamento- all’insaputa di lui- mettendo in ordine, mangiando i resti del cibo e abbracciando cuscini.
Con l’eco del titolo come rivelazione, una casa sospesa tra assenze e presenze che riflette le architetture del desiderio trasformandosi in prigione emotiva e rifugio (lode alla fotografia di Diego Garcia) e Ava (magnifica Susan Sarandon), una cantante sul viale del tramonto chiamata dal produttore ad incidere un nuovo album e anch’essa segnata dal dolore (Noi sappiamo come usarlo dice a Leo). Finale urticante.
Tra circoli viziosi da interrompere e parabole del porcospino, masturbazioni sotto la doccia e un’aria di algida decadenza intellettuale, The echo chamber, prima sceneggiatura non ideata personalmente dal regista trentino, cammina sull’orlo dell’abisso come i suoi protagonisti.
Intimo, estenuante (2h che sembrano il doppio) e compiaciuto, il film di Pallaoro, sostenuto dalle belle canzoni e musiche originali di Clément Ducol (Oscar per la miglior canzone originale, El Mal, in Emilia Perez) si avvita su se stesso in una spirale emotiva troppo controllata che finisce per essere ripetitiva e schematica. Pochi sussulti (i dialoghi tra Leo e Ava sono i momenti migliori del film) e tanta noia.
In sala dal 10 settembre distribuito da 01