A trentun’anni dal primo capitolo del franchise (il 22 novembre 1995, Toy story, primo film della storia realizzato interamente in computer animation, incassò 400 milioni su scala mondiale con l’aggiunta di tre nomination agli Oscar), sette anni dopo il n.4 e a 40 anni dalla nascita della Pixar, l’universo Toy Story torna nelle sale con questa quinta avventura firmata stavolta da Andrew Stanton (due Oscar per Alla ricerca di Nemo e WALL·E) e Kenna Harris.
Giocattoli vs. tecnologia si legge nel manifesto del film ed ecco allora che il nemico da sconfiggere (almeno per la prima parte del film, la più bella e coerente) è un nuovo e fiammante tablet a forma di rana di nome Lilypad, ricevuto in regalo da Bonnie dai genitori che le vogliono far conoscere nuove amiche.
E sì perché i tempi sono quelli che sono e condividere fantasie e nuovi orizzonti è sempre più difficile, se non impossibile. Anche per una bambina di 8 anni. Senza la presenza in casa dello sceriffo Woody (tornerà vestito con un poncho, stempiato e ingrassato ma pronto a riprendere in mano le redini della situazione) è stavolta la cowgirl Jessie (doppiata come sempre magnificamente da Ilaria Stagni) ad avere il comando nella stanza della ragazzina, col fedele Buzz Lightyer (per chi scrive sempre il personaggio più riuscito, qui anche in versione Hi-tech proiettata verso un Comando stellare, con Massimo Dapporto a dare la voce nell’edizione italiana) nelle vesti di vice-sceriffo innamorato.
Succube all’istante della nuova tecnologia che ne condiziona vita e comportamenti, quella bambina troverà in una coetanea sconosciuta ma vicina il suo alter ego con cui provare a sperimentare nuovi giochi e ridare vita a uno scatolone di vecchi giocattoli in attesa di rinascita.
Inizio folgorante dove si parla di tempo rubato e cassetti da trovare e nei quali rifugiarsi (lo dice preoccupato e consapevole della sua imminente fine un giocattolo), obiettivi di crescita e connessioni da creare. Con quelle case tutte uguali e illuminate di notte dagli schermi di computer sempre accesi a fare da nuova stella cometa ad un cielo senza più misteri.
Coi giocattoli giochi, con la tecnologia puoi fare tutto dice Jessie che vuol far ricredere la sua giovane proprietaria che non la reclama più anche per paura delle reazioni social. Fin qui tutto bene, peccato che poi, a metà film, Andrew (autore della sceneggiatura con Kenna Harris da un soggetto di Jason Katz) non abbia il coraggio di andare fino in fondo, spingendo la radicalizzazione di questa vera e propria guerra ideologica, perché è di questo che si tratta, finendo in braccio ad un’improbabile pace armata tra i due contendenti (fantasia contro tecnologia) che alla fine trovano persino il modo di combattere insieme per il bene della bambina (E’ una di noi… arriverà a dire di Lilypad, Jessie).
Si trattava di voler continuare a credere nelle storie e nei sentimenti ma Toy Story 5, sospeso tra nostalgia e innovazione, sembra lanciare il sasso e nascondere la mano. Peccato non da poco in un film che ha sempre ‘usato’ la tecnologia per arrivare al cuore di storie e spettatori di ogni età. Stavolta forse la strada è inversa. E in quella vecchia scatola sotterrata sotto quell’albero, nella scena più bella ed emozionante del film, resta l’anima di un film dalla morale troppo ambigua per risultare credibile fino in fondo.
Tra la schiera di talent che danno la voce nell’edizione italiana ci sono Katia Follesa (Lilypad), Luca Laurenti (Forky), Federico Basso (Smarty Pants), Gianluca Gazzoli (Bullseye), Corrado Guzzanti (Duke Caboom)e un cameo di Sal Da Vinci nei panni di Pizza cu ‘e llente.
In sala dal 18 giugno distribuito da Walt Disney