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mercoledì 10 giugno 2026
di Claudio Fontanini
DISCLOSURE DAY
Spielberg trorna a raccontare gli alieni in un film umanista e stratificato
Spettacolare, denso di questioni morali e sublimato da quell’incanto visivo che miscela favola e Storia ed è il suo marchio di fabbrica. Ottant’anni a dicembre 2026 e non sentirli. Disclosure day, il nuovo e attesissimo film di Steven Spielberg, è uno dei più belli degli ultimi 20 anni del regista statunitense che torna a confrontarsi con gli alieni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. (1982) e La guerra dei mondi (2005). 

Spostando l’asse del racconto dalla teorizzazione dell’esistenza di altri esseri alla sete di verità del mondo che vuole sapere della loro venuta sulla Terra. Sceneggiato da David Koepp e sostenuto dalla magnifica colonna sonora di John Williams, Disclosure day è una fuga a due binari verso la conoscenza, un viaggio nel pericolo per smascherare una campagna di bugie che dura da 79 anni. 

Con due personaggi che non si conoscono- Margaret Fairchild, una meteorologa televisiva del Kansas City (Emily Blunt) che in diretta tv inizia a parlare una lingua sconosciuta e un tecnico di cyber sicurezza, Daniel Kellner (Josh O’ Connor) uscito dal carcere dopo 8 anni per crimini informatici- chiamati a sostenere il peso di un passato che non ricordano ma che ha a che fare con animali (cervi, volpi, procioni, uccellini cardinali) che trasportano in un’altra dimensione. 

Due passeggeri nel flusso temporale dietro ai quali si confrontano due squadre di tecnici con obiettivi opposti guidati da due uomini che un tempo lavoravano insieme (un superbo Colin Firth a capo dell’agenzia corporativa Wardex nell’inedito ruolo del villain e Colman Domingo, suo ex dipendente). 

Una serie di dati   trafugati che riguardano video, foto e interrogatori con annesse torture agli alieni (impressionanti quelle immagini in bianco nero più vere del vero) sono l’inestimabile bottino sul quale si gioca la partita della stabilità. Anche se la terza guerra mondiale è alle porte e rivelare segreti del generi potrebbe portare allo sconquasso totale. 

Tra segreti rubati e rifugi sicuri (il convento delle suore dove da novizia aveva soggiornato Jane (Eve Hewson), la compagna di Kellner che poco conosce della sua vita), strumenti della volontà e una vecchia casa d’infanzia ricostruita per favorire il passaggio al passato, Essere o esseri supremi (Possibile che Dio abbia creato l’Universo solo per la razza umana ? si chiede una suora che non teme gli alieni), dono e controllo, il film di Spielberg (2h25’ da seguire tutte d’un fiato) teorizza l’empatia come vantaggio evolutivo (Non aver paura di ciò che non conosci) e unico rimedio alla fine del mondo (quell’ascoltate finale in diretta tv sembra quasi un’evocazione). 

Stratificato, umanista, con sequenze d’antologia (il volto di Margaret che si trasforma all’improvviso in quelli delle persone care scomparse con cui parla, l’occhio del cervo che ruotando diventa quello dell’alieno davanti allo sguardo incantato e terrorizzato della bambina), adrenalina cinematografica (l’auto incastrata sotto un treno mentre ne arriva un altro sull’altro binario) e qualche scivolone dove non basta la sospensione dell’incredulità (la fuga di Kellner dalla fattoria). 

Il film definitivo di Spielberg sull’argomento proprio mentre l’amministrazione Trunp ha deciso di desecretare i files in possesso del governo americano. E la conferma della potenza dell’immagine sul grande schermo (il primo piano finale dell’alieno negli studi televisivi vale il film). 

Con maestri come Spielberg, il regista che ha incassato di più nella storia del cinema con oltre 10 miliardi di dollari, capaci di trasformare la paranoia contemporanea in epica cinematografica e senso del meraviglioso. Il divano può attendere.    


In sala dal 10 giugno distribuito da Universal Pictures International Italy 


 
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Foto dall’ufficio stampa

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