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sabato 23 maggio 2026
di Claudio Fontanini
AMARGA NAVIDAD
Almodovar in concorso a Cannes con un gioco metacinematografico
Vita e arte, finzione e realtà, l’atto della creazione e fin dove può spingersi la vampirizzazione della  realtà che lo circonda. In concorso a Cannes, Pedro Almodovar torna con Amarga navidad (il titolo proviene da una stupendo brano di Chavela Vargas che si ascolta nel film) alle atmosfere dolenti e angosciate di Dolor y gloria (2019), col quale condivide il transfert emotivo tra il regista spagnolo e quelli protagonisti delle due storie (lì Antonio Banderas qui Leonardo Sbaraglia). 

Si comincia con Elsa (Barbara Lennie) una donna che gira spot pubblicitari e che vive con un aitante vigile del fuoco che nel week end fa lo spogliarellista (Patrick Criado). Lei soffre di emicranie genetiche, ha perso la madre da un anno e passa una notte in ospedale. 

Ma quello che vediamo è solo frutto dell’immaginazione e del cursore sul pc di Raul, sceneggiatore e regista in crisi creativa (non dirige da 5 anni) che ricorre all’autofiction e fa di Elsa il suo alter ego. 
Inizia da qui un film nel film che racconta l’alternarsi di queste due storie: una, di finzione, ambientata nel 2004 durante il ponte festivo di dicembre e l’altra, nel 2026 con Raul intento a definire lo script del suo nuovo film. 

Dimenticate La stanza accanto, il gelido e artefatto melò snob premiato col Leone d’oro a Venezia 2024, qui Almodovar, pur trattando temi già svolti, si mette in gioco con la forza del suo cinema pieno di donne sull’orlo di una crisi di nervi e colori accesi, ambienti eleganti e musica onnipresente (magnifica e toccante la versione chitarra e voce di Las simples cosas di Amaia Romero, eseguita dalla cantante spagnola alla festa dove Elsa arriva in cerca di tranquillanti ma si ascoltano anche Libertango di Grace Jones e Run baby run di Amanda Lear). 

Algido e programmatico nella prima parte, il nuovo film del 76enne regista spagnolo (qui al suo 24mo lungometraggio) cresce col minutaggio fino a diventare  uno spietato j’accuse al proprio lavoro (da antologia la sequenza del prefinale con Monica (Aitana Sanchez-Gijon), l’assistente di Raul licenziatasi dopo 20 anni, che gli rinfaccia vizi pubblici e privati facendo il punto sullo stato dell’arte del suo lavoro).

Tra attacchi di panico ed elaborazione del lutto (quello sguardo del bambino incrociato al ristorante da Natalia con vista sul passato vale il film), corpi come paesaggi e cinema premonitivo, inviti extralusso (Non tutto ha un prezzo risponde Raul al Qatar che gli offre 200.000 euro per l’ospitata), trasferte a Lanzarote (sull’isola vulcanica alcuni tra i passaggi più belli del film) e la resistenza dell’ottimismo in tempi di guerra, Amarga navidad intreccia relazioni e vite degli altri in un cortocircuito emotivo nel quale c’è da rinvigorire il prestigio del regista vivente che rifiuta la gloria ad honorem e un finale che non appartiene all’idea originaria ma alla vita che si trasforma arte. E peccato se qualcuno si riconoscerà.   


In sala dal 21 maggio distribuito da Warner Bros.Italia 

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