Vita e arte, due donne che si amano e si odiano e non si vedono da 10 anni, i fantasmi del passato e la ricerca di una spiritualità perduta. Diretto da David Lowery (il regista dello splendido Old man & the gun, l’ultimo film di Robert Redford) Mother Mary segue la relazione intensa ed ambigua tra due figure carismatiche del mondo creativo.
La protagonista del titolo (Anne Hathaway), una pop star in procinto di tornare sulle scene dopo un esaurimento nervoso (è inciampata o è caduta volontariamente dal palco?) e Sam (Michaela Coel) una fashion designer e sua ex costumista storica alla quale bussa alla porta della sua residenza-studio isolata nella campagna inglese.
Avranno tre giorni di tempo per un nuovo abito che la rappresenti con chiarezza nella sua essenza (questo il volere della cantante).
Con quella star in fuga dal suo staff e la sua ex amante (si perché dietro la facciata del lavoro si nasconde altro) che ingaggiano un confronto mistico e personale fatto di dipendenze creative e ambizioni frustrate, passioni distruttive e sensi di colpa.
Dice di essersi ispirato al Dracula di Bram Stoker di Coppola e al Taylor Swift Reputation Stadium tour (il documentario di Paul Dugdale del 2018 che racconta il dietro le quinte del quinto tour mondiale della cantautrice statunitense) ma questo Mother Mary sembra piuttosto la brutta copia del Cigno nero di Aronofsky.
Un delirio kitsch sulle gabbie della popolarità e il potere della creazione che viaggia sui binari della noia tra sedute spiritiche e metafore estenuanti (lo dice anche Mother Mary a Sam), transustanziazione delle emozioni e legami inspiegabili, strascichi che trascinano storie e carriere e aghi come coltelli.
Verboso e piatto, prevedibile e poco allarmante come vorrebbe essere, Mother Mary regala soltanto qualche bella sequenza (la danza macabra senza musica di Anne Hathaway nel pezzo migliore della sua prova piuttosto incolore) in un contesto di generale staticità narrativa ed espressiva.
Con quella star che odia il rosso, non vuole più indossare l’aureola in scena e un tempo sfilava sul red carpet nuda ricoperta dal miele che diventa il simbolo di una compressione artistica ed emotiva destinata ad implodere.
Una Giovanna d’Arco sotto mentite spoglie che s’illumina di riflesso e vive le vite degli altri. Musiche di Daniel Hart con la colonna sonora firmata dallo statunitense Jack Antonoff e dalla cantante britannica Charl XCX.
In sala dal 14 maggio distribuito da I Wonder Pictures