Una rivoluzione chiamata cinema. In Nouvelle vague, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Richard Linklater si tuffa, letteralmente, nel 1959 per far rivivere allo spettatore lo spirito di un’epoca e l’atmosfera di un gruppo di cinemaniaci intenzionati a cambiare lo sguardo e la prospettiva sul mondo filmico.
Con Jean Luc Godard (Guillaume Marbeck, un Volontè giovane), critico famoso dei Cahiers du cinéma ed ultimo ad esordire dietro la macchina da presa di quella formidabile nidiata autoriale, alle prese con la lavorazione di Fino all’ultimo respiro per le strade parigine con protagonisti il 26enne Jean-Paul Belmondo che ama la boxe (Aubry Dullin, quasi un sosia del grande attore ) e la giovane diva americana Jean Seberg (Zoey Deutch) in fuga da Otto Preninger.
Bianco e nero, formato 4:3 e affollato di personaggi e citazioni, Nouvelle vague non rievoca ma vive in un presente atemporale che rimanda all’ambizione, all’inventiva e alla volontà creativa di un regista in fuga dagli schemi classici (Non è seguendo le regole che arriverò dove voglio).
Il modo migliore per criticare un film è farne uno dice Godard, occhiali scuri e sigaretta e pipa sempre accese in bocca. Sottilmente invidioso di chi aveva già fatto successo (Truffaut) e lo aiuta con la firma della sceneggiatura a fare il suo primo film, eccolo mentre assembla cast e discute con l’amico produttore (finirà per farci a botte in un bar), allestisce set e dà appuntamenti nei caffè parigini.
Mentre quel film manifesto prende vita in 20 giorni davanti ai nostri occhi con la naturalezza e la smania di chi vorrebbe lasciare un segno. Perché l’arte non è un passatempo ma una vocazione (dice Cocteau a Truffaut) e allora quella grande avventura, umana prima che professionale, ci ricorda che attraverso un film è ancora possibile tentare di cambiare il mondo.
Idee contro immagini, lirismo contro narrativa e fuori campo evocativi in una battaglia che implica rigore morale, urgenza e necessità (Non c’è nulla di mistico nell’arte ricorda Rossellini). Un lavoro collettivo e un processo creativo che attraverso riprese selvagge (bellissimo quel carretto delle poste usato di nascosto dall’operatore per riprendere le comparse inconsapevoli in strada) e la forsennata ricerca di un’anarchia intellettuale e morale che fa del genio non un dono ma la via d’uscita che s’inventa nei casi disperati (Sartre).
Fino al montaggio finale dove passato, presente e futuro convergono nelle nostre mani. Davanti ad un monitor e alla prospettiva di un film immortale. Il rischio era quello di un bignamino intellettuale e un po’ freddo per cinefili e invece l’inventiva e l’eclettismo di Linklater allontanano il pericolo virando su un cinema appassionato e spiazzante, colto e brillante. Sarebbe bello se lo vedessero le nuove generazioni.
In sala dal 4 marzo distribuito da Lucky Red in collaborazione con Bim