Un uomo disperato, un ostaggio con un fucile a canne mozze collegato al grilletto e stretto al collo come un cappio, gli inquietanti parallelismi tra la storia del ’77 e i nostri giorni. Presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Il filo del ricatto (Dead man’s wire) conferma il talento e l’eclettismo di Gus Van Sant che qui rievoca un fatto realmente accaduto ad Indianpolis con la maestria tecnica e l’impegno politico di un autore da sempre scomodo e irregolare.
Hanno giocato a fare Dio e hanno perso dice Tony Kiritsis (Bill Skarsgard in una delle sue miglori interpretazioni). Con chi ce l’ha quell’ex veterano dell’esercito che aveva prestato in servizio durante la guerra in Corea è presto svelato quando l’uomo, si presenta negli uffici della Meridian, una società di mutui rea di averlo truffato.
Vuole parlare col capo (Al Pacino in vacanza in Florida) ma troverà il figlio Richard (Drace Montgomery) che finirà per tre giorni sotto sequestro. Per risanare l’affronto (c’era in ballo la vendita di 7 ettari di terreno che dovevano essere trasformati in centro commerciale) l’uomo chiede 5 milioni di dollari, l’immunità e, soprattutto, le scuse personali.
Dagli uffici della Meridin alla casa di Kiritis, con la polizia che vigila ma non può intervenire perché basta un nulla e quel grilletto è pronto a sparare, fino al palazzo del governo dell’Indiana ecco una caccia all’uomo nella quale Van Sant pedina uomini e psicologie col ritmo del miglior cinema di genere (si pensa a Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet ma anche a Mad City di Costa Gravas) che genera tensione e interrogativi morali.
E mentre arrivano l’FBI e il fratello del rapitore, i tg accendono le luci sul caso mentre Kiritsis dialoga col conduttore radiofonico locale della WIBC (Colman Domingo al quale nella versione italiana doppiata da la voce Mario Biondi) e convoca una conferenza stampa per spiegare l’accaduto e chi sono i veri colpevoli.
Non finirà bene, dopo 63 ore di prigionia, perché nessuno può tornare indietro (come sussurra il Dj dal microfono) e il suono della giustizia è un segnale lontano.
Colonna sonora da urlo (tra i brani d’epoca si segnalano la meravigliosa The revolution will not be televised del 1971 interpretata da Gil Scott-Heron e curiosamente presente anche nel recente Una battaglia dopo l’altra di P.T.Anderson e la Donna Summer di Love to love you baby mentre l’agente dell’FBI traccia alla lavagna il profilo psicologico di Kiritsis), foto d’epoca e titoli di coda che rievocano attraverso i veri filmati i fatti accaduti, investimenti e interessi, John Wayne (sì appare anche lui), il sogno americano (Ce lo fanno assaggiare e poi ci sputano fuori dice Kiritsis) e un muffin al bar (magnifico il sottofinale) che sa di dichiarazione di resa e pace forzata.
Curiosità: la foto del fucile puntato sulla testa e scattata da John Blair, il corrispondente dell’United press International in Indiana, vinse il Premio Pulitzer per la fotografia di cronaca nel 1978.
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