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martedì 3 febbraio 2026
di Claudio Fontanini
HAMNET
L’arte come sublimazione del dolore nel magnifico film di Chloé Zhao
La natura, la vita e l’arte. Si muove lungo queste tre direttrici Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao  presentato all’ultima Festa del cinema di Roma e uno dei favoriti ai prossimi premi Oscar forte di otto candidature dopo i due Golden Globe ottenuti per il miglior film drammatico e miglior attrice in un film drammatico. 

Adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 2020 di Maggie O’Farrell, co-autrice della sceneggiatura insieme alla regista cinese naturalizzata statunitense e premio Oscar per Nomadland, il film è un’opera di rara potenza fisica ed emotiva che rievoca la storia famigliare di William Shakesperare (un magnifico Paul Mescal) e di sua moglie Agnes (una portentosa Jessie Buckley), la vera protagonista di una storia di fantasmi e apparizioni, inaudito dolore e rinascite artistiche

Si comincia in un bosco di Stratford-upon-Avon, nel cuore delle Midlands del 1596, dove una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare. Vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni e si dice sia nata da una strega della foresta. 

Col suo sguardo e i suoi modi sfuggenti sarà amore a prima vista con William, figlio di un conciatore che per ripagare i suoi debiti insegna latino ai bambini di una casa vicina a quel bosco incantato. Si sposeranno, contro il volere di tutto, e lei darà alla luce tre figli: la primogenita Susannah e due inseparabili gemelli, Judith e Hamnet (Jacobi Jupe, segnatevi questo nome) che a 11 anni si consegnerà alla peste salvando la sorellina in una delle scene più belle e toccanti del film. 

Inizia da qui un altro film, con William e Agnes che sopportano il lutto in modo diametralmente opposto. Lei incapace di tornare alla vita di sempre (Un anno non è nulla, contano i mesi, i giorni e i minuti dice Agnes al marito che nel frattempo lavora in teatro a Londra), lui intento a scrivere e a sublimare nella visione artistica quella morte che non si può spiegare a parole. 

Il posto che hai nella testa per te è più vero di qualsiasi altro luogo. La frase con cui Agnes accusa William è la chiave di un film che fa di quel teatro di ombre che Chloé Zhaoe inquadra lo specchio mimetico di una vita in cerca di riparo e risposte in un altro luogo. 

Col mito di Orfeo e Euridice a guidare lo spettatore in questo film buio e dolente riscaldato da una memorabile rappresentazione teatrale finale che inganna la morte, almeno per qualche ora, e fa rivivere il passato. Con quell’Essere o non essere mai così autentico e sofferto, un bambino intrappolato e sospeso tra la vita e la morte nella foresta dipinta su un fondale (impossibile non commuoversi) e l’ingresso nel teatro elisabettiano di Agnes che apre le porte ad un’altra dimensione, dove lo stringersi collettivo di mani sconosciute vibrano condivisione e verità. Il resto e silenzio. E Oscar. Da non perdere.  

In sala dal 5 febbraio distribuito da Universal Pictures 


 
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