Famiglie impossibilitate alla felicità, rese dei conti di coppia, anatomie sentimentali e sogni infranti. Il cinema di Gabriele Muccino, dopo l’infelice pausa noir con Fino alla fine, riprende il suo corso naturale con questo Le cose non dette, che a sei anni da Gli anni più belli e a 25 da L’ultimo bacio dimostra che l’argomento, per il regista romano non si è ancora esaurito.
Non sono mai stato così veloce a scrivere una sceneggiatura come questa ha dichiarato il regista romano che l’ha ideata a quattro mani con Delia Ephron, l’autrice di Siracusa, il romanzo di quest’ultima da cui è tratto il film. Visto il risultato, stracco e prevedibile, si capisce perché. Con Muccino che sposta il set dalla città italiana a Tangeri dove si ritrovano per un viaggio chiarificatore due coppie in crisi.
Da un lato ci sono un professore di filosofia morale (Stefano Accorsi) in attesa di scrivere il suo secondo romanzo (ma l’ispirazione non c’è) e la moglie Elisa (Miriam Leone, la new entry dell’affollata famiglia di attori mucciniani), brillante giornalista di Vanity Fair dove scrive di relazioni umane.
Non hanno avuto i figli che volevano e vivono ormai in una stanca routine con lui che la tradisce da 8 mesi con una Blu (Beatrice Savignani) bellissima e giovane studentessa incinta…Dall’altra ecco Paolo (Claudio Santamaria), ristoratore che lavora indefessamente e trascura la moglie nevrotica compulsiva (Carolina Crescentini, abbonata al ruolo) e la figlia 13enne (Margherita Pantaleo la cosa migliore (l’unica?) del film) che vive in una campana di vetro contro il suo volere.
Le idee sono come le storie d’amore, arrivano quando meno te lo aspetti dice Miriam Leone al marito, che di cognome fa non proprio casualmente Ristuccia (come in Ecco fatto, Ricordati di me e la serie A casa tutti bene) ed è in preda al blocco dello scrittore. Peccato che qui ce ne siano davvero poche tra le solite scenate (Diamoci tutta una calmata dice sempre la Leone dopo appena 20’), le urla che vorrebbero scuotere lo spettatore dal torpore narrativo (ma c’è anche dell’umorismo involontario come nella furiosa lite tra madre e figlia scatenata dal significato della parola puttana) e un presunto colpo di scena che è in realtà telefonato e costruito per il finale dove tutti sono colpevoli.
E mentre Muccino vorrebbe assurgere a novello Bertolucci (per echeggiare Il tè nel deserto non bastano l’esotismo marocchino d’accatto e una coppia in cerca di se stessa che magari passeggia su un dromedario in riva al mare) arrivano citazioni in serie (da La fantasia è un posto dove ci piove dentro di Calvino al trovare il proprio posto nel mondo attraverso la ribellione intellettuale ed esistenziale targato Simone de Beauvoir alla vita all’indietro di Heidegger) e silenzi da autodifesa, anelli in fondo al mare e una copia de Il rosso e il nero di Stendhal che scatena l’inferno domestico.
Per ribadire, in poco meno di due ore, l’estetica e l’etica di Muccino dove la solitudine è una condanna, il tradimento una necessità e l’amore destinato al fallimento. Parlare di deja vu in questo caso è riduttivo ed è un peccato perché Muccino sa girare, ha studiato cinema e ama il suo mestiere. Speriamo non ci tocchi anche un Le cose dette…In colonna sonora il brano originale di Mahmood che dà il titolo al film.
In sala dal 29 gennaio distribuito da 01