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domenica 8 febbraio 2026
di Claudio Fontanini
LA GIOIA
Il magnifico film di Gelormini scuote le coscienze con un cast da applausi
Si affida ancora a un fatto di cronaca, ma solo come spunto di partenza, la seconda regia cinematografica di Nicolangelo Gelormini. Dopo Fortuna (2020), favola nera ispirata ai fatti del Parco Verde di Caivano dove nel 2014 una bambina di 6 anni fu gettata da un palazzo per essersi ribellata ai soprusi di un vicino, ecco questo magnifico La gioia, unico italiano in concorso alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra del cinema di Venezia e premio per la miglior sceneggiatura ex aequo al Solinas 2021

Script magnifico di Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori, in collaborazione con Chiara Tribaldi e lo stesso regista, da una pièce teatrale (Se non sporca il mio pavimento) che prende a sua volta le mosse dal caso della professoressa Giulia Rosboch, uccisa nel 2016 da un ex alunno; regia perfetta (Gelormini, napoletano e già assistente di Sorrentino ne L’uomo in più è laureato in architettura e si vede), attori superbi da premio collettivo per un film che scava nell’anima e scuote le coscienze attraverso le vite invisibili e remissive di chi si traveste per esistere. 

Ed ecco il manifesto di un’Italia gretta, speculativa e sordida e disposta a tutto per il Dio denaro. Una madre (Jasmine Trinca mai così sensuale, ambigua e disperata) che lavora come cassiera in un supermercato gestito dall’amante, dimentica le chiavi di casa, si fa di botulino e gin tonic e vive con il figlio Alessio (Saul Nanni, un inquietante angelo del male credibile anche en travesti con parrucca bionda) che è ripetente al quarto anno di liceo e arrotonda il budget casalingo prostituendosi sotto l’ala protettiva dell’amico parrucchiere (Francesco Colella, da brividi il suo discorso minaccioso a Gioia in auto in sottofinale). 

C’è poi una timida e riservata insegnante di francese che non ha mai conosciuto l’amore (una Valeria Golino imbruttita e seppellita da un look polveroso e da grandi occhiali sul naso), vive con gli anziani genitori (madre despota- Betti Pedrazzi, un severo monolite-e padre malato di Alzheimer) accontentandosi di tifare Juve davanti alla tv e accarezzando i suoi amati conigli che chiama per nome. 

Uno sguardo furtivo, un passaggio galeotto in auto e tra la Gioia del titolo e Alessio nasce una relazione impossibile tra ripetizioni di francese nella stanza della donna (mentre dalla tv si sente Reality di Richard Anderson) e versi poetici, ricatti emotivi e manipolazioni affettive (per lui è l’occasione di estorcere soldi a quell’ingenua sognatrice). 

Finirà malissimo, in un film che cita l’Aut aut di Kierkegaard (L’angoscia è pericolosa per gli smidollati), non fa sconti a nessuno e non cerca redenzioni ma fotografa senza pietà lo stato dell’arte di un pugno di personaggi vittime di diseducazione sentimentale

Non c’è morbosità (il sesso è fuori campo) né voglia di ricostruzione filologica degli eventi raccontati ma quello che interessa è il clima, il bisogno e l’urgenza di un mondo amorale e al collasso e che non prevede condivisione e compassione. 

Tra chi è abituato al niente (Alessio) e chi ha vissuto sempre troppo lentamente e come talento ha solo quello di recitare tutto d’un fiato l’Atto di dolore (Gioia) il cortocircuito emotivo diventa la miccia per l’esplosione di un film che vira sul noir nella parte finale (ci sono 220.000 euro spariti nel nulla e da recuperare) e fa di quella boa sospesa e fluttuante sui titoli di coda la metafora di una condizione umana e di sogni travestiti che diventano angosciosi incubi ad occhi aperti. Le conseguenze dell’amore verrebbe da dire citando Sorrentino. Da non perdere.    

In sala dal 12 febbraio distribuito da Vision     


 
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