Dopo il toccante e riuscito Cento domeniche, Antonio Albanese torna ai toni della commedia surreale con questo Lavoreremo da grandi, scritto in una settimana proprio durante la lavorazione di quel film con Piero Guerrera.
Le atmosfere sospese della provincia, qui siamo sull’incantevole e placido Lago d’Orta, sono ancora il set naturale di un cinema che dietro l’aria bonaria e naif nasconde malesseri e inquietudini. Non le irresistibili maschere ciniche e beffarde che Albanese porta in scena da anni nei teatri italiani ma piccoli personaggi che sono stati presi a schiaffi dalla vita e cercano l’impossibile rivincita.
Non abituatevi al lieto fine, esistono solo pause felici si dice nel film ed ecco tre amici in auto aspettare in macchina l’uscita dal carcere del figlio di uno di loro. Umberto (Albanese) compone musica dodecafonica, ha mandato all’aria l’azienda del padre e ha due separazioni alle spalle (è lui il padre dell’uomo che ha scontato la pena per frode fiscale), Gigi (un Nicola Rignanese che rantola per quasi tutto il film) è perennemente ubriaco e non sa dove andare dopo che la zia defunta, con la quale conviveva, gli ha lasciato in eredità solo trucchi e parrucchi), Beppe (Giuseppe Battiston) è l’unico idraulico che non guadagna soldi, vive con la vecchia madre ingombrante e pare non abbia mai avuto una ragazza.
Ma una notte l’auto sulla quale viaggia questa strampalata compagnia di folli sognatori s’imbatte in qualcosa (qualcuno?) e allora la vita può prendere un altro corso. Forse c’è un cadavere che muore e resuscita più volte, ci sono cugine poliziotte che redigono verbali, la voce di Little Tony che canta Cuore matto e Riderà, una prostituta che si chiama Pink e arriva indesiderata ospite, l’altra figlia di Umberto che ha appena lasciato un rapper, vuole ospitalità e nasconde un dildo wireless nella borsa, una ronda di motoscafisti in cerca di chi ruba motori e chi declama proverbi cinesi dal bancone di un bar (Bebo Storti).
Con un occhio al cinema di provincia di Mazzacurati (ma lì c’erano calore e verità) e un altro al clima da Grande Lebowski (ma c’è un riferimento anche alle situazioni demenziali e paradossali di Week end col morto), Albanese sperimenta con nobili intenti ma stavolta il risultato, e spiace dirlo perché chi scrive è un estimatore dell’attore e regista, è deludente e sconcertante.
Così il sogno di una vita diversa (come canta Marracash ne Gli sbandati hanno perso, il brano che chiude il film) di questi improbabili e ingenui folletti di provincia alle prese con loro personale Dal tramonto all’alba, diventa una noiosissima sequela di appuntamenti con l’improbabile che non diverte (l’unica battuta degna di nota è quella di Albanese che paragona una notte in cella con un cantante neomelodico all’ergastolo) e, soprattutto, non scuote mai lo spettatore.
Calma piatta insomma nonostante le entrare e uscite di personaggi secondari che fanno colore ma non danno mai spessore e autenticità a un film che si stenta a credere sia firmato da Albanese, qui alla sua sesta regia cinematografica. Così gli attori recitano senza rete in uno script senza ritmo e colpi di scena telefonati. Il primo inciampo ad aspirazione poetica nella carriera di Albanese. Speriamo sia solo una brutta parentesi.
In sala dal 5 febbraio distribuito da Piper Film