Il Brasile del ’77 in piena dittatura militare, una storia di famiglia che riverbera sul presente e un condensato di generi in un film fluviale e discontinuo, coloratissimo e intriso di realismo magico. Due premi all’ultimo Cannes (regia e miglior attore), due Golden Globes (miglior attore in un film drammatico e miglior film straniero) e candidato a 4 Oscar, L’agente segreto di Kleber Mendonca Filho segue la scia del bellissimo Io sono ancora qui di Walter Salles (Oscar al miglior film internazionale nel 2025) sull’onda di un cinema civile e della memoria che si fa monito e raccordo temporale.
Si comincia con un esperto tecnologico sulla quarantina (Wagner Moura) in fuga sul suo maggiolino giallo da San Paolo e diretto a Recife, la sua città natale, dove lo attende il figlioletto cresciuto coi nonni dopo la morte della moglie. Deve lasciarsi alle spalle accuse infondate di corruzione ma qualcuno (di origini italiane…) lo vuole morto e ingaggia due sicari per stanarlo.
Con Armando, che nel frattempo si fa chiamare Marcelo, che trova rifugio in una comune di rifugiati capeggiata da una 77enne arzilla e rivoluzionaria (la meravigliosa Tania Maria). Il tutto durante il Carnevale che semina cadaveri, la polizia corrotta, uno squalo morto che contiene una gamba umana e uno cinematografico che semina il terrore nelle sale.
Introdotto dalle note di Samba no arpage di Luiz Bandeira e Waldir Calmon mentre scorrono sullo schermo foto in bianco e nero care al regista quasi fossero un album di famiglia, L’agente segreto (2h40’) è un concentrato di energia, passione, amore filiale e per il cinema (quel nonno proiezionista ricorda il Philippe Noiret di Nuovo cinema Paradiso) che ha il solo torto di mettere troppa carne al fuoco.
Così alle invenzioni visive e alle emozioni scatenate dal regista di Aquarius e Bacurau, si succedono vuoti di sceneggiatura (della moglie di Armando, protagonista di una splendida sequenza in una cena a quattro, se ne vorrebbe sapere di più) e inserti stralunati (quella gamba che riemerge dall’obitorio e inizia a vendicarsi come in un horror da ridere) che minano la compattezza e l’adesione ad un film che predilige il come al cosa.
Tra rituali di purificazione e illusionismo del Potere (con l’ufficio rilascio carte d’identità che diventa una stazione di polizia temporanea per una falsa deposizione), brindisi a un Brasile migliore ed un elogio dell’ozio (Non fare domani ciò che puoi fare dopodomani), una chiavetta Usb per non dimenticare il passato (magnifico il finale con la vecchia sala cinematografica trasformata negli anni in un banco del sangue), un gatto a due facce e un restyling industriale che nasconde la guerra tra Nord e Sud e forse è la chiave di tutto.
Un film affollato di personaggi solo apparentemente secondari (il sarto ebreo che parla tedesco e mostra cicatrici di guerra, la sensuale coinquilina della comune di rifugiati che fa la dentista e visita il paziente amante sul letto dopo aver fatto sesso) ma capaci di restituire al meglio il tono e il senso di un’epoca e di un clima.
In sala dal 29 gennaio distribuito da Film Club e Minerva Pictures