Una delle esperienze cinematografiche più dolorose e angoscianti sul senso della morte. Questo, in sintesi, è Il suono di una caduta, premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e storia incrociata lungo un secolo di quattro donne che trascorrono la loro infanzia nella stessa fattoria della Germania del Nord.
Ambizioso, ipnotico, solenne, spettrale e infarcito di una autorialità sin troppo esibita lungo i 149’ della durata extra large, il film di Masha Schilinski è stato ispirato alla regista tedesca da un’estate trascorsa con la co-sceneggiatrice Louise Peter in una fattoria dell’Altmark nella profonda campagna a metà strada tra Berlino e Amburgo e dal ritrovamento di alcune vecchie foto di donne ignote degli anni venti.
Con le pareti di quella casa che risuonano del peso della Storia e degli ehi del passato e le facce di Alma, Erika, Angelika e Lenka che si rispecchiano le une con le altre in un gioco di simultaneità di livelli temporali che affascina e spiazza lo spettatore.
Pochi dialoghi, formato 1.33:1, una sound design che per impatto e potenza ricorda quello de La zona d’interesse di Jonathan Glazer, fotocamera stenopeica per catturare l’alienazione e la dissociazione. Anche se non manca qualche scherzo in famiglia (bellissimo quel piano sequenza tra le stanze e i corridoi della casa con gli zoccoli della domestica inchiodati a terra da ragazzini scatenati) il film della Schilinski, selezionato dalla Germania come candidato internazionale ai prossimi Oscar, è un’opera radicale e funerea che pedina fantasmi e spiriti fluttuanti.
Un film sull’atto stesso del ricordare che pone domande esistenziali (Esiste la trasmissione del trauma attraverso le generazioni? Per quanto tempo puoi fingere di essere felice senza che gli altri se ne accorgano?) flirta con la morte come liberazione (Se decidessi di ordinare al mio cuore di fermarsi,se lo volessi con tutta me stessa, smetterebbe davvero di battere?) e prolunga l’effetto del dolore nel tempo (E’ strano che qualcosa possa fare ancora male anche se non c’è più) mentre c’è chi scompare, letteralmente, dopo aver posato in una foto che la ritrae sfocata in un gruppo di famiglia.
Tra battiti di ciglia che danno segnali d’amore e gambe amputate per sfuggire alla chiamata alle armi (la sindrome dell’arto fantasma), gelati alla fragola o alla vaniglia e un fiume che segna i confini di un destino, domestiche sterilizzate, conati di vomito che lanciano segnali e un cadavere di una nonna con la bocca legata per paura che una mosca le entri dentro da morta, il film della Schilinski evoca l’Haneke de Il nastro bianco e il Malick di The true of life ma vengono in mente anche Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola e persino lo Shining di Kubrick.
Col femminismo sofferto e la violenza psicologica e fisica sulle donne a fare da bussola e rotta emotiva a questo film lirico e brutale (ci sono anche le palpebre cucite di una figlia morta e in posa fotografica) che procede per libere associazioni e finisce per scavare nell’animo di chi lo guarda a distanza di giorni.
In sala dal 26 febbraio distribuito da I Wonder Pictures