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domenica 18 gennaio 2026
di Claudio Fontanini
SENTIMENTAL VALUE
Incomprensioni e rancori sublimati dall’Arte nel bellissimo film di Trier
Una casa, un palcoscenico, una famiglia. La memoria e la storia, il passato e il futuro sublimati  dall’arte. Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, candidato a 8 Golden Globe (lo ha vinto il magistrale Stellan Skarsgard, qui alla prova della vita, come miglior attore non protagonista), recente trionfatore agli European Fim Awards con 6 premi (film, regia, attore, attrice, sceneggiatura e colonna sonora) e inserito nella shortlist per il miglior film internazionale ai prossimi Oscar per la Norvegia, Sentimental value di Joachim Trier si candida sin d’ora a film  dell’anno. 

Esploratore dell’animo umano come pochi e capace di emozionare senza ricatti e moralismi, il regista de La persona peggiore del mondo torna a lavorare con Renate Reinsve (che per quel ruolo vinse nel 2021 a Cannes come miglior attrice) in un film di identità e riconciliazioni, con gli altri e con se stessi. 

Con un occhio al Bergman di Persona e l’altro all’Ibsen di Casa di Bambola (non a caso la figlia maggiore si chiama Nora), Trier incrocia cinema e teatro, copioni e ricordi autobiografici in 132’ baciati dalla grazia e ricchissimi di sfumature che condensano e declinano abbandoni e manipolazioni affettive. 

Nella vita di due sorelle (una, la Reinsve è un’attrice teatrale incapace di abbandonarsi all’amore e con attacchi di panico prima di entrare in scena, l’altra, la meravigliosa Inga Ibsdotter Lilleaas, è un’accademica storica sposata con figlioletto) fa ritorno all’improvviso, complice il funerale dell’ex moglie, il padre 70enne (Skarsgard), un vecchio regista cinematografico che dopo anni di documentari ha deciso di tornare al film di finzione. 

Vuole girarlo nella vecchia casa di famiglia a Oslo e propone copione e ruolo da protagonista a Nora, con cui il dialogo è pressoché inesistente da anni. Ci sono rimossi dolorosi e vecchie ferite mai sanate da superare e così la figlia maggiore rifiuta e viene sostituita da una star americana  (Elle Fanning). 

Inizia da qui un film nel film intimo, autentico e commovente (struggente il finale) con confessioni e sguardi in macchina che traslano verso altre epoche e persone, suicidi annunciati e messi in scena, tristezza schiacciante e infanzie negate. Con quella crepa sul muro a segnalare destini alla deriva e il tempo che passa inesorabile

Tra silenzi e rancori, un film sul bisogno di essere amati, con lo spazio fisco e mentale che si sovrappone in un gioco di fantasmi (Non c’è nulla di più bello delle ombre dice Gustav) che rievoca atrocità (le torture per propaganda antinazista della nonna delle due sorelle) e riconcilia con la vita. 

Un campo di battaglia emotivo al quale danno anima e corpo gli straordinari interpreti di un film raro, scandito dalla partitura sincopata e jazz e che resterà a lungo nella nostra mente e nei nostri cuori. Mentre Trier si concede anche momenti ironici (i dvd di Lezioni di piano e Irreversible con la Bellucci regalati al nipotino di 9 anni per capire tutto delle donne, lo sgabello dell’Ikea spacciato come quello usato dalla madre per il suicidio, il troll di Tik Tok che fa domande scomode alla star e viene cacciato da Gustav durante l’intervista) senza tralasciare politiche aziendali moderne (stoccate a Netflix) e la vecchiaia e il suo doloroso decorso (l’incontro di Gustav col vecchio amico direttore della fotografia è uno dei momenti più toccanti del film). Da non perdere.     


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 




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