Un padre e una figlia, i dettami della legge e le regole del cuore, un passato che non si dimentica, un presente all’insegna del dubbio e un futuro da sognare. Dopo Parthenope e al settimo film su undici della sua filmografia col suo attore feticcio Toni Servillo (meritatissima Coppa Volpi a Venezia per questa sua nuova e straordinaria interpretazione), Paolo Sorrentino con La grazia firma una delle sue opere più convincenti, capace di unire il rigore della messinscena, la poetica dell’immagine spiazzante e i simbolismi con la compattezza e la tenuta di una sceneggiatura complessa e articolata che fa dei dilemmi morali la sua stella cometa.
Vedovo da otto anni, cattolico, giurista (ha scritto un manuale di diritto penale di 2046 pagine che gli studenti chiamavano Himalaya K3 per l’impossibilità di scalarlo), un solo polmone, un figlio lontano (compone canzoni pop a Montréal deludendo il padre che lo vorrebbe impegnato con la classica) e con una figlia accanto compressa e complessa (Anna Ferzetti) con la quale condivide mestiere e stanze del Quirinale, Mariano De Santis è un Presidente della Repubblica a fine mandato che mentre prega si addormenta e che ha sempre giocato di rimessa.
Tra stanchi rituali e incontri istituzionali (magnifico l’arrivo del Presidente del Portogallo travolto da una bufera di vento e pioggia), pasti frugali (Non è una cena ma un’ipotesi… sbotta la sfrenata critica d’arte e amica d’infanzia Coco Valori interpretata dalla magnifica Milva Marigliano) e tarli affettivi (forse è stato tradito quarant’anni fa dall’amatissima moglie ma non sa con chi), sigarette aspirate come boccate di vita e confessioni col Papa nero in dreadlocks, orecchino e che si muove in moto (La sua funzione politica e sociale è in via di esaurimento, il passato è un peso, il futuro un vuoto dice il Pontefice. Certo non le difetta la sincerità…risponde sarcastico De Santis) ecco che quel monolite senza coraggio e che scopre di essere soprannominato Cemento armato è chiamato agli ultimi compiti del semestre bianco.
C’è da decidere su due richieste di grazia (una donna ha ucciso con 18 coltellate nel sonno il marito violento e un professore di storia ha ammazzato la moglie malata di Alzheimer) e se firmare o no quel decreto sull’eutanasia al quale lavora con scrupolo la figlia (Se non firmo sono un torturatore se lo faccio un assassino).
E mentre visioni dal passato (il primo incontro nella nebbia della brughiera con la futura moglie) e smarrimenti davanti a uno schermo (il collegamento con l’astronauta in orbita nella stazione spaziale che piange senza sapere di essere visto, con la lacrima che galleggia nello spazio in assenza di gravità) sovrappongono stati d’animo e bilanci esistenziali il film di Sorrentino rivela l’amore come il motore nascosto di una vita soffocata dal peso delle responsabilità.
Un viaggio emotivo sospeso tra pubblico e privato, etica e disciplina (La verità si vede da vicino, il diritto da lontano come insegna quell’amato cavallo nero agonizzante), burocrazia (La detestano perché rallenta ma invece serve a non prendere decisioni affrettate dice il Presidente) e sensibilità, che trova nello sguardo rigido eppure trasognato di un Servillo in stato di grazia il suo centro (Quando ricordo muoio dice in una delle sequenze più belle del film).
Aperto dall’articolo 87 della Costituzione italiana e dal volo delle Frecce Tricolori, La grazia (E’ la bellezza del dubbio) risponde a una domanda apparentemente banale (Di chi sono i nostri giorni?) con un finale fluttuante e toccante che rimanda a quello de Le conseguenze dell’amore, film per certi versi speculare a questo.
Perché lasciarsi vivere e lasciarsi morire forse sono solo due facce della stessa medaglia e frugare tra i vecchi vestiti indossati dalla moglie che chiama ancora la mia ragazza (impossibile non commuoversi durante l’intervista telefonica a Vogue dell’ex Presidente che non ha mai avuto il coraggio di vestire in giacca rossa su pantaloni bianchi) è la strada migliore per perdersi in una ritrovata leggerezza. Da non perdere.
In sala dal 15 gennaio distribuito da Piper Film e Warner Bros