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lunedì 5 gennaio 2026
di Claudio Fontanini
Ultimo schiaffo
Una sorprendente commedia malinconica che omaggia i Coen di Fargo
Com’è possibile che siano passati 12 anni dal suo applaudito esordio (Zoran, il mio nipote scemo) a questo splendido Ultimo schiaffo? Il percorso artistico di Matteo Oleotto, che in tutto questo tempo si è gettato a capofitto nella regia di fiction e serie tv, fotografa lo stallo e la crisi del nostro cinemino, incapace di cogliere lo sguardo e lo stile di autori fuori dal coro. 

Basterebbe vedere l’ambiente dove è girato il film (Cave di Predil in Friuli Venezia Giulia e di fatto un altro personaggio essenziale della storia raccontata) per farsi un’idea dello stato d’animo e di ciò che nascondono i protagonisti. Freddo, neve, cielo grigio e desolazione incorniciano questa sorprendente commedia malinconica, così la definisce giustamente Oleotto, che omaggia i Coen di Fargo nel giusto mix tra ironia, grottesco  e cadaveri che si accumulano. 

Per una storia di due giovani emarginati (fratello e sorella con madre malata di Alzheimer ricoverata in una casa di cura) alle prese con uno smarrimento di un cagnolino che potrebbe significare la svolta della loro vita. 

Ed ecco la sfrontata e arrabbiata Petra (la bravissima Adalgisa Manfrida, una faccia che non si dimentica) e il sensibile e dimesso Jure (Massimiliano Motta) che vivono in una roulotte parcheggiata nel nulla e girano il paese come tuttofare a bordo della loro auto col numero di telefono sbiadito sulla fiancata. 

Lei comanda e intanto fuma un po’ d’erba per sopravvivere a quel quotidiano inappagante, lui esegue gli ordini della sorella e trova negli occhi di quel cagnolino smarrito l’amico che non ha mai avuto. 
Sugli annunci di scomparsa si parla di lauta ricompensa. E se quel ritrovamento fosse piovuto dal cielo? 

Inizia da qui una sarabanda di situazioni e pericoli che il regista goriziano orchestra al meglio riuscendo  a rendere alla perfezione l’aria di quella provincia solo apparentemente solidale. 
Sfilano così preti intenti ad addobbare la chiesa per Natale (Giuseppe Battiston, perfetto come sempre e di nuovo con Oleotto dopo Zoran, il mio nipote scemo) e anziane dal braccino corto, nipoti di ritorno dalla Puglia col fiuto delle indagini (un Giovanni Ludeno vestito da Babbo Natale e da applausi a scena aperta) e scommesse clandestine di power slap nella vecchia miniera (da qui il titolo del film che nasconde però anche un secondo livello di lettura), pranzi rubati (i due fratelli che si abbuffano di lasagne ai carciofi e polpette mentre nell’altra stanza chi li aveva preparati è morta) e un gettone telefonico che indirizza sulla via della verità. 

Si ride, si riflette e ci si commuove (bellissimo e struggente il finale di fronte al mare), con Oleotto che dettaglia attraverso particolari rivelatori e un’accurata colonna sonora che oltre alle musiche originali di Luca Ciut propone il Rossini de La gazza ladra, il Verdi de La traviata, il Mascagni della Cavalleria rusticana e la struggente Dolente immagine di fille mia di Bellini.  

Gli affetti si pagano dice Petra al fratello nel tentativo di intascare 20.000 euro dal ritrovamento del cagnolino. Non andrà così e forse la posta in gioco, per qualcuno, sarà ben più alta. 

Presentato all’ultima Festa del cinema di Roma ad Alice nella Città nella sezione Panorama Italia dove la Manfrida ha vinto il Premio UNITA Under 35 come attrice rivelazione per la sua interpretazione.  

P.S. Vista l’ambientazione natalizia sarebbe stato bello, per apprezzarlo al meglio, che fosse uscito proprio durante le festività ma se 1000 sale sono state occupate da Zalone la qualità resta un miraggio.            




In sala dal 15 gennaio distribuito da Tucker Film 


 
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Foto dall’ufficio stampa

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