Un bosco in fiamme, metafora di una mente disturbata, apre e chiude Die my love, il nuovo film della scozzese Lynne Ramsay presentato in concorso all’ultimo Cannes con una superba Jennifer Lawrence in zona Oscar.
Prodotto da Martin Scorsese e dalla stessa attrice che lo ha commissionato all’autrice di E ora parliamo di Kevin e A beautiful day, il film è esperienza sensoriale e visionaria, un tumulto emotivo che contrappone immagini e indizi sonori (il ronzio di una mosca, l’abbaiare incessante di un cane) per scandagliare l’animo inquieto di una madre in depressione post partum.
Ed ecco una giovane coppia (la Lawrence e Robert Pattinson) appena trasferitasi nella profonda campagna americana, isolati in una magione appartenuta allo zio dell’uomo che proprio lì si è suicidato con un colpo di fucile.
Lei vorrebbe scrivere un grande romanzo americano, lui si assenta spesso e ama le chitarre ma l’idillio dura fino all’arrivo del bambino. Con l’inchiostro del romanzo perduto che si mescola alle gocce del latte che escono dal seno di Grace (scena magnifica), le lunghe soggettive dove i ricordi si fanno incubo e i desideri sessuali che diventano proiezioni inappagate (il motociclista col casco che appare dal nulla e col quale Grace si eccita).
Mentre il marito osserva dal suo telescopio galassie lontane (Le stelle? Non mi piacciono, mi fanno sentire una nullità dice Grace) c’è un mondo vicino e lontanissimo, quello della moglie, che è diventato insondabile.
Tra montagne di piatti sporchi e sonnambulismo, blocchi creativi e suoceri come vicini di casa (bellissimi i duetti con l’amorevole Sissy Spacek mentre Nick Nolte soffre di Alzheimer), cavalli neri e camminate notturne in solitaria, il film della Ramsay viaggia nel tempo tra salti cronologici e rimandi di cause ed effetti che ne fanno un film certo non per tutti.
Tratto dal romanzo dell’argentina Ariana Harwicz (pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie), Die my love, che sposta gli eventi dalla campagna francese al Montana, è un film di relazioni tossiche e di una donna in lotta contro i propri demoni e in uno stato di isolamento, fisico e mentale.
Era difficile rendere sullo schermo il lungo monologo interiore del libro ma la straordinaria prova d’attrice della Lawrence riesce nell’intento. Sguardo fisso nel vuoto eppure affamata di vita, una mano col coltello e l’altra per masturbarsi, unghie che sanguinano per scartavetrare la carta da parati e improvvisamente in mutande in piscina ad una festa di bambini, Grace, che ha perso i genitori a 10 anni in un incidente aereo e soffre di trauma dell’abbandono, offre all’attrice statunitense (che ha già vinto un Oscar nel 2013 per Il lato positivo) uno dei ruoli più belli ed intensi della sua carriera.
Girato poco dopo aver dato alla luce il suo primogenito e incinta del secondo, la Lawrence regala un’interpretazione selvaggia, intima e sensuale che la pone di diritto tra le candidate al premio di quest’anno.
In sala dal 27 novembre distribuito da MUBI