Parla di trasformazioni e identità nascoste El Jockey, il nuovo film del regista argentino Luis Ortega che dopo il successo internazionale de L’angelo del crimine (2018) si conferma uno dei registi più originali del cinema latinoamericano contemporaneo.
Presentata in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, ecco un’opera surreale, spiazzante e simbolica che fa stile della plasticità dei corpi e della fissità delle immagini. Con un occhio a Kaurismaki (la fotografia porta la firma del finlandese Timo Salminen, collaboratore storico del regista di Nuvole in viaggio) e una citazione del Bunuel de Un chien andalou (la formica nel naso del neonato) ecco la storia di Remo Manfredini (il magnifico Nahuel Pérez Biscayart di 120 battiti al minuto) un leggendario fantino che a causa del suo comportamento autodistruttivo (Ha un’insaziabile sete per il disastro dice di lui il boss mafioso Sirena che lo ricatta per i debiti contratti interpretato dal messicano Daniel Gimenez Cacho) sta mettendo a repentaglio carriera e sentimenti.
Con la sua compagna (la meravigliosa Úrsula Corberó, la Tokyo de La casa di carta), che corre in pista come lui, aspetta un figlio e intanto flirta con una collega di corse (la Mariana Di Girolamo di Ema).
Tra cocktail di whisky, fumo e ketamina e balletti sensuali, corse clandestine e un cavallo giapponese da un milione, humour nero e leggi del desiderio, proprio nel giorno della gara più importante della sua carriera, un salto dallo steccato e un tuffo verso il futuro proiettano Manfredini in un’altra dimensione.
Fuggito dall’ospedale in abiti da donna rubati ad un’anziana vicina di letto eccolo vagare per le strade di Buenos Aires in cerca del vero se stesso con gli scagnozzi del boss sulle sue tracce. Con Manfredini che si smaterializza (la bilancia al peso segna 0) e muore e rinasce in Dolores e Lola mettendosi in ascolta di quell’orchestra invisibile che suona nella sua testa.
Mentre il film di Ortega (che dichiara di essersi ispirato a Il vagabondo delle stelle di Jack London e vanta Benicio del Toro tra i produttori esecutivi) disperde in parte l’energia e i colori di una prima parte bellissima spostando l’attenzione su tematiche di gender fluid (Ho partorito me stessa dirà alla fine il/la protagonista) che finiscono per appesantire un’opera bizzarra e discontinua.
Ma l’interpretazione di Pérez Biscayart, un irresistibile Buster Keaton efebico, e l’uso del sonoro (si ascolti lo schiocco della frusta lungo la volta del corridoio che porta all’ippodromo Palermo di Buenos Aires) valgono il prezzo del biglietto con nota di merito alla Lucky Red che fa uscire il film solo in versione originale sottotitolata.
In sala dal 17 luglio distribuito da Lucky Red