A vent’anni dalla sua uscita (oltre 300 milioni di dollari incassati con 40 milioni di budget) arriva finalmente l’attesissimo sequel de Il diavolo veste Prada. Il mondo è cambiato (il primo iPhone è uscito ad esempio nel 2007 ed è stato l’inizio della fine per il regista David Frankel che dirige anche questo nuovo capitolo), il giornalismo di carta stampata sta cedendo il passo a quello digitale (Siamo scaricabili e letti da gente che scrolla mentre fa pipì commenta serafico Stanley Tucci nei panni del direttore artistico Nigel Kipling) e la moda non fa più rima solo con bellezza.
Scarpette a punta rosse e abito in tinta sfavillante, Miranda Priestly (Meryl Streep) esce da un auto di lusso che l’accompagna ad una sfilata ma per la direttrice di Runway non sono giorni felici.
Deve gestire la mutazione editoriale e deve difendere il brand ribattendo alle accuse sui social per aver promosso un’azienda che sfrutta i lavoratori stranieri.
Per farlo ecco tornare all’ovile Andy Sachs (Anne Hathaway) appena licenziata in tronco via messaggio dal suo nuovo giornale e proprio nel giorno della premiazione per il suo lavoro giornalistico d’inchiesta. Richiamata in segreto dal CEO eccola tentare di rimettere in sesto i cocci della rivista patinata che punta a ridarsi credibilità e inserzionisti pubblicitari.
Compromessi e integrità morale, party esclusivi e vite sacrificate (quegli ovuli congelati di Andy in attesa da anni), promozioni attese e ambizioni frustrate (Sono dalla sua parte e in disparte dice il fedele Nigel di Miranda), consulenti manageriali come becchini e tradimenti annunciati in un sequel che parte lento e trova la sua strada nella seconda metà.
Quella della guerra sotterranea tra donne di potere (ci sono anche Emily Blunt, ancora nei panni di Emily Charlton che ora lavora per Dior e Lucy Liu in quelli di Sacha Barnes, ricchissima divorziata con tenuta nel Vermont e Sacro Graal delle interviste) alle prese con tagli di bilancio e quotazioni in borsa (Mi piace messa a tracolla... confessa Nigel).
E sì perché gli uomini fanno da misero contorno (la new entry Kenneth Branagh è il nuovo marito musicista di Miranda), stereotipi vuoti e bambocci arricchiti in un gioco di squadra tutto al femminile che mette in mostra un terzetto di attrici in gran forma e pronte a sfidarsi a colpi di sguardi e ferocia.
Scritto da Aline Brosh McKenna, Il diavolo veste Prada 2 parla del prezzo del successo, di scelte radicali ed eredità, culturali e personali, in 2h eleganti e colorate come gli sfavillanti abiti che sfilano davanti ai nostri occhi.
Senza la freschezza e l’originalità del primo capitolo, questo sequel girato tra New York e Milano (la sfilata da moda di Runway si svolge all’Accademia di Brera e nella scena più bella e dolente del film Meryl Streep cammina solitaria di notte in Galleria Vittorio Emanuele II in una sorta di passaggio epocale) con puntata a Como nella sontuosa Villa Balbiano, regala comunque battute al vetriolo (da segnalare quella sulla Sindrome di Stoccolma…) e situazioni divertenti (Miranda che scopre l’esistenza della caffetteria all’interno dei suoi uffici ed è costretta a spostarsi con Uber e volare in Economy dopo i tagli di bilancio) senza però aggiungere nulla al primo, inimitabile capitolo.
Apparizioni di Dolce e Gabbana, Donatella Versace, Brunello Cucinelli e di una divertente Lady Gaga costretta ad esibirsi sotto ricatto nell’inedito Runway con Doechii.
In sala dal 29 aprile distribuito da 20th Century Studios