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venerdì 15 maggio 2026
di Claudio Fontanini
E I FIGLI DOPO DI LORO
Un magnifico e vibrante romanzo di formazione con un cast da applausi
Quattro estati interminabili eppure fin troppo brevi (dal ’92 al ’98) durante le quali si consuma il destino intrecciato di u gruppo di adolescenti, una storia d’amore impossibile, un romanzo di formazione e un film così potente ed emozionante capace di fondere a meraviglia generi e linguaggi. 

Tratto dal’omonimo romanzo di Nicolas Mathieu (pubblicato in Italia da Marsilio editore) E i figli dopo di loro (2h20’ da vedere tutte d’un fiato) parla di corpi, carne, sangue e paesaggi, geografici e umani, con l’ambizione di chi crede ancora nel cinema da grande schermo

Si comincia con una canoa rubata (ma a dare il via alla sarabanda violenta sarà una vecchia moto Yamaha 125 parcheggiata da anni in un garage e presa dal figlio all’insaputa del padre) da due amici (il quattordicenne Anthony e suo cugino) per andare a caccia di due belle ragazze più grandi incontrate per caso sulle rive del lago e si finirà, otto anni dopo, con la restituzione di un motorino come pegno di un rapporto nato tra pistole e coltelli. 

Siamo ad Heillange (cittadina fittizia della Lorena dove è ambientato il libro), in una valle sperduta dell’est della Francia, dove gli altiforni spenti e le fabbriche in rovina delineano lo stato di crisi irreversibile di un’umanità al collasso. 

Pomeriggi soffocanti, un rapporto matrimoniale in crisi (quello tra gli straordinari Gilles Lellouche, ex operaio in preda all’alcool e Ludivine Sagner in cerca di nuove emozioni), un marocchino ribelle e frustrato (Sayyid El Alami), una festa di giovani in una vicina cittadina che si trasforma in territorio di conquista e di scontro razziale scatenando eventi a catena e vendette trasversali). 

Con la stella polare di colpa e perdono a segnare la rotta di questo film che sembra il gemello di quell’Amore che non muore di due anni fa visto a Cannes e non a caso diretto da Gilles Lellouche

Tra luoghi di frontiera e monotonia da evadere, tensioni sociali e scintille amorose, Anthony (il magnetico Paul Kircher, un tipo alla Brad Pitt, tutto faccia da schiaffi e squarci di tenerezza che ha vinto il premio Marcello Mastroianni come miglior attore esordiente a Venezia 81) incarna la voglia di non rassegnarsi ad un destino già scritto

Ed ecco generazioni a confronto e punizioni esemplari (la mano bruciata con l’acqua bollente dal padre del giovane arabo), fughe impossibili e sogni di altre vite ad occhi aperti (Anthony vorrebbe andare ad Austin in Texas mentre l’amata Steph, di famiglia ricca, fa rotta sull’università parigina) con Ludovic e Zoran Boukherma che citano il De Niro di Taxi Driver, il cinema passionale e vibrante di Ozon e persino il western (splendido il duello tra Anthony e Hacine col primo in cerca di vendetta e armato di pistola che arriva nel territorio minato dell’altro). 

Col protagonista di questo film corale, ambizioso e viscerale che negli anni cambia prospettive e mestieri (esilarante la sequenza da cameriere in mezzo alla neve) senza mai dimenticare lo sguardo e quel tuffo in piscina con Steph che nel frattempo non è quel che sembra. 

Sequenze indimenticabili (Lellouch che attende da padre separato il figlio che non arriva in procinto di arruolarsi per l’esercito e affoga la delusione tra la bottiglia e una vasca da bagno ghiacciata), appuntamenti mancati, 6000 franchi custoditi in un contenitore di vetro, Zidane ai mondiali dell’88 capace di stemperare odi e gelosie e quei fuochi d’artificio in sottofinale guardati con speranza, desiderio e rimpianto dall’affollato cast. Colonna sonora da urlo con le hit dell’epoca e i brani originali di Amaury Chabauty. Da non perdere.          


 

In sala dal 14 maggio distribuito da Fandango  

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