Parole d’ordine: lusso e bellezza. Intelligente, potente e inaccessibile, Mariane Farrere (una superba Isabelle Huppert) dirige un’azienda francese di cosmetici che vanta 88.000 dipendenti sparsi in tutto il mondo ed è una donna sospesa tra solitudine e controllo maniacale.
Annoiata e stanca della routine fatta di numeri ed affari, sposata con un marito malato di gotta ed ex ministro della Cultura per due mesi e con una figlia (la magnifica Marina Fois) che lavora con lei, ha sposato un ebreo ed erediterà tutto il patrimonio, Marianne verrà travolta-letteralmente- dall’arrivo di un eccentrico fotografo omosessuale (Laurent Lafitte che per il ruolo ha vinto il César come miglior attore) che a colpi di ambizione, audacia e follia (Il lusso è libertà il suo mantra) la trascinerà in un vortice di novità capace di fargli firmare assegni a lui intestati per quasi un miliardo di euro.
Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes e liberamente ispirato all’affaire Bettencourt (lo scandalo esploso in Francia tra il 2009 e il 2010 attorno all’ereditiera del celebre marchio L’Oréal accusata di essere stata manipolata e spinta a elargire ingenti somme di denaro a persone del suo entourage) La donna più ricca del mondo, scritto e diretto dalla francese Thierry Klifa, è un dramma umano su potere e fragilità messo in scena con stile (solo gli elegantissimi abiti della Huppert, ben 70, valgono la visione) e vivacità. Coi destini economici, politici e affettivi di quel gruppo di famiglia che s’intrecciano fino a diventare un vero e proprio nido di vipere.
Senso del limite (Si sta meglio quando si osa dice il fotografo) e tendenze (Non le seguiamo, le creiamo dice fiera Marianne), cultura della dinastia universale e scheletri nell’armadio (si parla di antisemitismo e collaborazionismo), un maggiordomo fedele con un passato criminale e che sa più di quanto lascia intendere e il denaro come detonatore sociale.
Mostruosi, infantili e vulnerabili, i personaggi del film della Klifa indossano maschere per sopravvivere in una sorta di romanzo senza fine che mieterà vittime. Anche se forse si può vivere anche coi morti.
Una saga familiare che inizia, benissimo, come commedia al vetriolo sofisticata e brillante per poi dilungarsi un po’ troppo e finendo per girare a vuoto e mancando l’affondo psicologico e la sterzata verso il noir (come succedeva invece in Un vizio di famiglia, il film del 2022 di Sebastian Marnier visto a Venezia in Orizzonti Extra con Laure Calamy).
Se ne esce con la sensazione di un’occasione colta solo a metà e di un magnifico cast (si veda la perfida occhiata della Huppert insofferente alla suonata al pianoforte della figlia) chiamato a sopperire alle lacune di sceneggiatura.
In sala dal 16 aprile distribuito da Europictures