A cinque anni da Piccolo corpo (uno degli esordi al lungometraggio più belli, intensi ed ispirati degli ultimi anni), Laura Samani conferma il suo talento d’autrice raffinata e sensibile con questo Un anno di scuola, passato all’ultima Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti (dove avrebbe meritato il concorso) e certamente il film italiano più bello visto al Lido in quei giorni.
Da una piccola isola del nord est italiano dei primi del ‘900 (l’ambientazione del suo primo film) alla Trieste del 2007 in una storia in parte autobiografica (la regista è nata nella città giuliana e da adolescente ha trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi) che parla di corpi e trasformazioni, desideri visti come minacce e pressioni invisibili.
Interpretato da un pugno di giovani attori in stato di grazia (uno, Giacomo Covi, ha vinto il premio Orizzonti) e che per naturalezza espressiva rendono vivido l’invisibile, il secondo lungometraggio della Samani mette al centro della storia Fred (la sensazionale Stella Wendick), un’esuberante e coraggiosa svedese diciottenne che arriva in città per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico.
Unica ragazza in una classe di soli maschi eccola unirsi a una sorta di piccolo clan affettivo (La trappola, con sede in una vecchia tipografia dismessa) del quale fanno parte l’affascinante e riservato Antero, il seduttore Pasini (Pietro Giustolisi) e il bonaccione protettivo Mitis (Samuel Volturno). E mentre il padre, con cui vive Fred, è dirigente di una grande azienda e licenzia operai, lei scrive una tesi sul distacco nell’esistenza umana. Con quel gruppo di amici inseparabili chiamati a confrontarsi con l’arrivo di una vera e propria mina vagante che scatena sentimenti segreti e a cui chiedono di sacrificare qualcosa di se per essere una di loro.
Tra confessioni sul divano e confini geografici e del cuore (il bacio sul vetro tra Fred e Pasini nella guardiola abbandonata tra Italia e Slovenia dopo gli accordi di Schengen è tra le sequenze più belle del film), scritte oscene sul muro della scuola e metafore sulla maturazione (quella mela tra i kiwi), senso di perdita e fratelli morti, banchi di scuola avvicinati, feste in maschera e confessioni al gioco dell’obbligo o verità, Un anno di scuola emoziona con la grazia e la potenza di una regia luminosa, poetica, autentica e appassionata.
Tratto dall’omonimo libro di uno scrittore di frontiera, Giani Stuparich (che la Samani traspone dal 1909 al 2007, prima dell’avvento dei social), aperto e chiuso da due magistrali due piani sequenza (indimenticabile quello finale con la camminata consapevole eppure struggente verso il futuro di Fred), il film della regista triestina- scritto con Elisa Dondi- si allontana dallo stile doloroso ed austero del suo primo film sfidando le aspettative per sondare terreni stilistici più lievi ed inesplorati.
Se l’opera seconda è spesso la prova del nove fallita di molti registi (Troisi voleva ricominciare da tre…) la Samani la supera di slancio e a pieni voti con la freschezza e la vitalità di una foto d’epoca che dialoga col nostro tempo. Con echi del Jules e Jim di Truffaut e del The dreamers di Bertolucci. Per capire come eravamo e come possiamo tornare ad essere. Da non perdere.
In sala dal 9 aprile distribuito da Lucky Red