Un romanzo leggendario, uno regista eclettico e talentuoso, un film metafisico e sensoriale girato in un bianco e nero accecante che avvolge i corpi, i gesti e i silenzi dei personaggi. Dopo l’adattamento di Luchino Visconti del 1967 con Marcello Mastroianni protagonista (ma il regista milanese avrebbe voluto Alain Delon) tocca a Francois Ozon cimentarsi con Lo straniero di Camus, scritto nel 1942 edito in Italia da Bompiani e ancora oggi, uno dei tre romanzi francofoni più letti al mondo col Piccolo Principe.
Ogni uomo che no piange al funerale della propria madre rischia di essere condannato a morte. Con queste parole lo scrittore, premio Nobel per la letteratura, riassunse il suo testo quando gli chiesero di firmare la prefazione alla traduzione americana.
E’ da qui allora che si parte per l’indagine psicologica, e filosofica, di un uomo misterioso, fuori dagli schemi ed estraneo alla società nella quale vive. Chi è Meursault (Benjamin Voisin)? Un giovane sulla trentina, modesto impiegato e apparentemente privo di emozioni, si lascia vivere nell’Algeri del 1938 fino alla morte della madre arrivata per telegramma.
Poi, lo stesso giorno, flirta con una dattilografa, Marie (Rebecca Marder, magnifica), con cui va al mare, al cinema (sullo schermo il Fernadel di Le Schpountz) e a letto insieme. La donna vorrebbe sposarlo (Mi ami? Non credo significhi niente risponde lui glaciale) ma Mersault, che intanto è trascinato in loschi affari dal vicino magnaccia (Pierre Lottin), non trova di meglio che uccidere un arabo su una spiaggia in una torrida giornata estiva. Perché lo ha fatto?
E’ la domanda alla quale siamo chiamati a rispondere in un film algido e impenetrabile come il suo protagonista che rivela ancora una volta la sensibilità e l’arte della messinscena di Ozon.
Parabola esistenzialista che si riverbera ai giorni nostri, Lo straniero seduce e conquista aggiungendo pochi tocchi d’autore all’essenza del romanzo originale (l’incontro sognato con la madre prima dell’esecuzione, il bellissimo finale politico, sulla tomba dell’arabo con vista immensità marina, sulle note di Killing an Arab dei The Cure).
Non credo sia possibile cambiare vita, si somigliano tutte dice Meursault (magnifico Voisin, il moderno Delon che avrebbe fatto felice Visconti) che non vuole vedere la madre morta nel feretro già chiuso e si definisce più annoiato che pentito al processo che lo vede indagato nella seconda parte del film.
Alla sbarra, più che un omicidio c’è però l’insensibilità di un uomo che non vuole adeguarsi a chi lo circonda e alla morale del suo tempo (Non bisogna mai fingere il suo mantra). Quei colpi di coltello sono così inferti all’infelicità e alla condanna di un’esistenza vuota in un film formale, elegante ed ambizioso che scava nella ferita e resta a lungo nella mente dello spettatore.
In concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia dove è stato colpevolmente ignorato (Ozon è uno dei registi più prolifici e meno premiati del mondo), Lo Straniero mette in scena anche la malattia della vecchiaia (Non si guarisce) e una (im)possibile redenzione (Siamo tutti colpevoli e tutti condannati dall’assurdità della vita dice Mersault al prete che lo visita in carcere in uno dei momenti più intensi e riusciti del film) in un film capace di rileggere un’epoca trasformando la memoria in arte senza tradirne l’essenza.
Da non perdere.
In sala dal 2 aprile distribuito da Bim e Lucky Red