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lunedì 13 aprile 2026
di Claudio Fontanini
IL CASO 137
Un incalzante poliziesco parigino tra pregiudizi e sentenze già scritte
Chi controlla il controllore? Stèphanie (una superba Léa Drucker) è un’ispettrice dell’IGPN (l’organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese) ed è chiamata ad indagare sul caso di Guillaume, un ragazzo alla sua prima manifestazione partito con la famiglia da Saint-Dizier (attenzione, particolare decisivo) alla volta di Parigi per partecipare alla protesta dei Gilet gialli. 

Siamo nel dicembre 2018 e una squadra di cinque agenti in borghese sparerà due colpi di pallottole di gomma antisommossa che finiranno per frantumare la scatola cranica del ragazzo. La madre denuncia e Stèphanie inizia la sua indagine, forse anche personale, alla ricerca dei colpevoli tra omertà, politica e pubblica opinione

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes (dove avrebbe meritato qualche premio) e opera di finzione ispirata a fatti realmente accaduti, Il caso 137, scritto e diretto da Dominik Moll, è un incalzante poliziesco affacciato sul sociale che documenta lo stato delle cose del quotidiano francese. 

La battaglia solitaria e quotidiana di una donna compiuta nel nome della giustizia giusta (esiste ancora?) e divisa tra pubblico e privato. Perché il film di Moll, che torna a raccontare di un fatto di cronaca dopo l’acclamato La notte del 12 del 2022 sul femminicidio di una giovane ragazza, raccorda lavoro sul campo e affetti personali (Stèphanie è separata con un figlio e l’ex marito, che prima lavorava con lui alla narcotici, ora è legato con una sindacalista che difende a prescindere i poliziotti che operano sul campo), ordini dall’alto e domande scomode (Perché i poliziotti non piacciono alla gente? le domanda il figlio. Il problema è perché la gente non si fida di loro gli risponde Stèphanie). 

Teso e documentato (Moll ha avuto la possibilità di immergersi nel cuore della sezione parigina dell’IGPN osservando le squadre investigative al lavoro) Il caso 137 è un film di azioni e reazioni, pregiudizi e sentenze già scritte che scava nell’anima di una protagonista alle prese con un vero e proprio puzzle tecnologico (nel film per la ricerca della verità si usano foto e telecamere a circuito chiuso, riprese dai telefoni, social media e notiziari tv) al quale un’inattesa testimonianza (quella di una cameriera nera di un hotel di lusso con finestra affacciate sugli scontri) potrebbe dare una svolta decisiva. 

Interrogatori e burocrazia, rapporti e richieste, lacrimogeni e pedinamenti in metro, razzismo e timore di rappresaglie. Fino all’arrivo dei pezzi grossi, ad un arresto senza l’approvazione del Tribunale e un finale dolente e amarissimo che porta nello sguardo perso e in cerca di stordimento di Stèphanie i segni della resa. Da non perdere.     

In sala dal 16 aprile distribuito da Teodora

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