Un movimento oculare rilevato dai computer di bordo e Ryland Grace, insegnante americano di scuola media nel Cleveland con un dottorato in biologia molecolare, si risveglia dal coma farmacologico a bordo di un’astronave distante 11,9 anni luce dalla terra senza ricordare nulla. Inizia così L’ultima missione: Project Hail Mary (il nome la dice lunga sulla difficoltà dell’esito finale) il nuovo film di Phil Lord e Christopher Miller (Piovono polpette, The Lego movie e Spider man- Un nuovo universo con cui vinsero nel 2019 l’Oscar come miglior film d’animazione) tratto dal romanzo del 2021 di Andy Weir, l’autore di The Martian portato sullo schermo nel 2015 da Ridley Scott.
Blockbuster interstellare da 200 milioni di dollari (si vedono tutti nella spettacolare resa tecnica e visiva), ritratto umanista e inno alla speranza di un futuro ancora possibile solo attraverso la condivisione di scienza e sentimenti, L’ultima missione: Project Hail Mary unisce passato, presente e futuro col filo rosso di una memoria da ricostruire.
Il sole sta morendo e le stelle, tranne una, Tau Ceti, sono contaminate da una misteriosa infezione. Bisogna raggiungere la striscia Petrova (dal nome della dottoressa russa che la scoprì e ne descrisse la natura pericolosa), una linea di luce infrarossa che si estende dal Sole a Venere e identifica la traccia dei microrganismi alieni (chiamati Astrofagi) che si nutrono di energia stellare e si riproducono per mitosi minacciando la vita sulla Terra.
Solo su quella nave spaziale (il piloto e l’ingegnere di bordo, suoi unici compagni, sono morti) quello scienziato che tenta di mettere insieme i pezzi di quel puzzle cosmico apparentemente inestricabile troverà in un ingegnere alieno eridiano (anche lui ha perso tutti gli altri componenti del suo equipaggio) un compagno fedele con cui condividere dati e abbracci a distanza.
Creatura senza volto e occhi (Le facce sono sopravvalutate…dice Grace presentandosi), con una struttura a cinque arti che somiglia a una roccia gigante, Rocky, così lo chiama lo scienziato, impara a parlare la lingua umana grazie a un sintetizzatore vocale (Tra le possibili voci c’è anche quella di Meryl Streep…) iniziando una collaborazione tra mondi diversi che suona come metafora, scopertissima, dell’accoglienza che sublima l’ostilità e la diffidenza.
Tra onde sonore e biglietti per lo Spazio di sola andata (la missione e di Grace non prevede ritorno), karaoke in flashback (in uno dei momenti più emozionanti del film ecco la magnifica Sandra Huller, nei panni della responsabile governativa del progetto Eva Stratt, cantare ci ritroveremo da qualche parte lontano da qui in Sign of the time di Harry Stiles) e solitudini cosmiche, privacy annientata (l’alieno sente tutto anche a distanza), gene del coraggio e la vita come propulsore di energia, Lord e Miller passano in rassegna in 156’ (troppi) Arrival di Villeneuve (ma senza la sua profondità filosofica), le fiabe fantascientifiche di Spielberg (si ascolta anche un accenno dell’iconica melodia a cinque note di Incontri ravvicinati del terzo tipo per comunicare con gli alieni), Interstellar e I Guardiani della Galassia in un’operazione che richiede la sospensione dell’incredulità a livelli massimali.
Con l’ottimismo della volontà e di un cristianesimo trascendentale (Lei crede in Dio? chiede Grace a Eva Stratt. Beh, è meglio dell’alternativa risponde lei) a fare da stella cometa a questo film teorico più che vibrante, discontinuo nei toni (troppa ironia e troppe parole) eppure affascinante.
Con Ryan Gosling ancora astronauta (qui suo malgrado come scopriremo) dopo First man di Chazelle e capace di rendere al meglio la sofferenza, lo spaesamento, la vulnerabilità e la disperata vitalità di un uomo che scoprirà nell’altro da se un nuovo mondo ospitale. Magari lontano dal pianeta Terra.
In sala dal 19 marzo distribuito da Sony Pictures Italia