A 86 anni e al tempo dell’I.A. Marco Bellocchio dimostra ancora una volta il suo immenso talento, l’intelligenza creativa e la potenza nel racconto della Storia italiana che trasfigura nel presente. Dopo Esterno notte (2022) sul rapimento di Aldo Moro arriva la seconda serie firmata dal regista di Bobbio.
In Portobello, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (si videro soltanto i primi due episodi) e disponibile dal 20 febbraio sulla nuova piattaforma HBO Max con uscite settimanali (ma che peccato non poterlo vedere in sala) uno straordinario Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora, il presentatore e giornalista dai modi garbati che fu protagonista di un’insensata odissea giudiziaria che resta tra le pagine più nere della giustizia italiana.
All’apice del successo televisivo e capace di radunare 28 milioni di spettatori di ogni estrazione sociale con la sua tv dei buoni sentimenti il venerdì sera, Tortora, che conduceva Portobello dal 1977, venne catapultato in un incubo kafkiano quando, il 17 giugno dell’83, i carabinieri bussano alla sua stanza del Plaza a Roma per condurlo in carcere.
Accusato da pentiti affiliati alla Nuova Camorra Organizzata (da premio e da applausi a scena aperta la prova di Lino Musella nei panni del paranoide e schizoide (da cartella clinica) Giovanni Pandico, uomo di fiducia di Raffaele Cutolo) di far parte dell’organizzazione e di spacciare cocaina nell’ambiente dello spettacolo, Tortora combatterà la sua battaglia personale tra castelli accusatori infondati, la miopia di giudici che non possono ammettere i loro errori (ci sono in ballo 800 camorristi legati al nome di Tortora) e gli improvvisi voltafaccia di pubblico, giornalisti di ogni colore (solo Enzo Biagi con un editoriale su Repubblica mise in dubbio la sua colpevolezza) e il potere occulto di un ingranaggio che gode alla caduta del presunto eroe.
Sceneggiata dal regista piacentino con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiori, la serie, in sei episodi da 60’, è davvero un appuntamento imperdibile con l’inconscio collettivo di un Paese rievocato attraverso immagini potentissime e lampi di geniale surrealtà (magnifico l’arrivo del circo felliniano con Valeria Marini su un elefante osservato da Tortora dietro le sbarre).
Ma è la direzione degli attori (cast superbo e affollato, oltre ai già citati Gifuni e Musella si segnalano Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Irene Maiorino, Giovanni Buselli, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio e Alessandro Preziosi) l’eccellente confezione tecnica (fotografia di Francesco Di Giacomo, scenografia di Andrea Castorina, costumi di Daria Calvelli, montaggio di Francesca Calvelli e musiche di Teho Teardo) e una ricostruzione d’epoca impeccabile a trasportare lo spettatore in una vicenda che arriva a poco meno di due mesi dal referendum sulla giustizia (anche se Bellocchio specifica con fermezza che la sua serie non c’entra nulla con le posizioni politiche).
Fino a quel Dunque dov’eravamo rimasti che segna il ritorno in tv del presentatore il 20 febbraio 1987 (assolto al processo d’appello dopo 2 anni di sofferenze fisiche e morali) e consegna Tortora alla morte avvenuta soltanto 11 mesi dopo.
Con Bellocchio che filma una sorta di horror giudiziario in scena su due palcoscenici, quello del set di Portobello e quello del processo, dove i pentiti recitano parti da commedia dell’arte (come avveniva ne Il traditore) che fa a brandelli la verità (Sono innocente come un pipistrello che sbatte le ali e non trova una via d’uscita dice il presentatore in una delle sua autodifese).
Mi piace partire sempre ad un’immagine che mi sollecita e non volevo fare un film su una battaglia civile programmata dice Bellocchio presentando il film a Roma. Ho visto in Tortora un uomo stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci mentre una regia mediatica organizzata lo consegnava a una schiera di fotografi e giornalisti che già lo attendeva fuori. Il suo è stato un incubo angosciante senza risveglio. Tortora all’epoca non lo capivo- continua Bellocchio- io ero figlio dell’utopia di un socialismo non violento che non si era ancora spento e non mi identificavo in quell’aristocratico del venerdì sera che mi risultava indifferente.
Oggi un fatto del genere potrebbe ancora accadere?
Gli intellettuali non hanno abdicato anche se la dialettica si manifesta in modo diverso. Il sentimento dell’invidia, alla base della vicenda Tortora, può essere autodistruttivo o generare, come in noi artisti, una spinta a fare meglio.
Volevo restituire la complessità dell’essere umano tra pubblico e privato dice invece Fabrizio Gifuni parlando del suo lavoro. I personaggi non sono mai bidimensionali e Tortora è una figura complessa che vive di contraddizioni, reali e apparenti. Era un antipatico di successo, un uomo che si batteva dall’interno della Rai per la fine del monopolio e non apparteneva a nessuna grande chiesa come quelle della Dc, del Pci o della Massoneria, Votava liberale, era un anima laica in un paese cattolico e non ammiccava furbescamente al pubblico davanti alla telecamera come facevano invece Mike Bongiorno, Corrado e Pippo Baudo. Con Bellocchio volevano emergesse il prima e il dopo della sua triste disavventura giudiziaria.