La serie original più vista di Sky torna tutto è iniziato. Arriva dal 9 gennaio in esclusiva (e in streaming su Now) Gomorra- Le origini, prequel in sei episodi della storica saga creata da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano, che racconta la perdita dell’innocenza del giovane Pietro Savastano.
Prodotta da Sky Studios e Cattleya con Marco D’Amore regista dei primi quattro episodi (oltre che supervisore artistico e co-sceneggiatore) la vicenda è ambientata nel 1977 e, diciamolo subito, è una scommessa vinta.
C’era da confrontarsi con l’immaginario collettivo delle cinque stagioni precedenti e con facce e storie entrate di diritto nella nostra memoria di spettatori e che potevano rappresentare un handicap notevole sulla carta ma D’Amore sterza opportunamente verso un’altra epoca e dà un tono nuovo allo stile di una serie che dimostra di avere come modello più il C’era una volta in America di Sergio Leone (citato letteralmente in almeno un paio di sequenze) che il vecchio Gomorra.
Ed ecco romanticismo e violenza (mai esibita) che si fondono a meraviglia nella storia di cinque ragazzini cresciuti nella periferia di una Napoli in trasformazione (riprese a San Giovanni a Teduccio dove è stata ricreata la Secondigliano del ’77) e che passa dal contrabbando di sigarette all’arrivo dell’eroina.
Col sedicenne Pietro (il magnifico Luca Lubrano) che si innamora della coetanea Imma (Tullia Venezia) e passa sotto l’ala protettiva di Angelo ‘a Sirena (Francesco Pellegrino), un fascinoso boss di quartiere che gestisce una bisca clandestina.
Tra cronaca sociale e antropologica, romanzo di formazione e crime story, Gomorra- Le origini regala sorprese ed emozioni con la forza delle interpretazioni cariche di autenticità di un cast di giovani attori in stato di grazia contornati da sorprendenti mutazioni attoriali (applausi a Veronica D’Elia nei panni di Anna la sorella di ‘O Paisano, un boss recluso a Poggioreale e che muta letteralmente pelle passando dalla gioviale e timida governante del Commissario Ricciardi a vera e propria anima nera dell’ultima puntata di questa serie).
E intanto quelle scimmiette di Secondigliano (così venivano chiamati in senso dispregiativo quei ragazzini dal vecchio boss di Forcella Don Antonio Villa interpreto da Ciro Capano) si fanno strada, con la consapevolezza che la realtà è meglio dei sogni perché si può cambiare.
Tra alleanze segrete e tradimenti da punire, iniziazioni al crimine e confessioni familiari (bellissimo il rapporto tra Pietro e la madre prostituta), il coraggio del rischio e il prezzo della libertà. Mentre ‘O Paisano (Flavio Furno), il boss che ricalca Raffaele Cutolo, chiude ogni puntata tra citazioni del Vangelo dei pescatori di uomini e la teorizzazione di una nuova camorra senza schiavi né capi (Napoli o è tutti quanti o non è niente). Con l’era dei figli e delle figlie di un popolo a farsi bandiera di un nuovo umanesimo e un finale che lascia presagire nuove stagioni in cantiere.
All’inizio avevo rifiutato di far parte di questo nuovo progetto confessa D’Amore presentando alla stampa la serie il sentimento di devozione, il ricordo, l’amore e la riconoscenza verso Gomorra, alla quale ho dato 10 anni di vita e recitazione, mi avevano fatto dire no. Credevo di non avere più nulla da dire ma poi ho scoperto che era solo un pregiudizio e sono stato smentito. Con Gomorra Le origini abbiamo cercato ostinatamente un respiro, dei profumi e delle intenzioni diverse rispetto al passato. E’ un po’ quello che diceva De Gregori in Buffalo Bill parlando della differenza tra bufalo e locomotiva che salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata mentre il bufalo può scartare di lato e cadere. Noi abbiamo rischiato di farlo ma alla fine siamo riusciti a rimanere in piedi.
Sulla fascinazione, narrativa e visiva, per C’era una volta in America, confessa di aver detto tempo fa a Raffaella Leone che avrebbe rubato negli anni tutto ciò che potevo da quel capolavoro. L’ho fatto ne L’immortale in Caracas e continuo qui, omaggiando l’età dello stupore e quel periodo storico. Parlato in dialetto e sottotitolato, Gomorra le origini offre uno spaccato linguistico diverso da quello delle serie precedenti. “Nel ’77 si parlava diversamente e abbiamo cercato uno slang che non fosse lo ue ue macchiettistico ma quello della lingua de mio padre e di mio nonno.
Infine un pensiero sulla grave crisi dell’audiovisivo in Italia che mette e rischio moltissimi posti di lavoro.
ll nostro è un mestiere precario che sembra interessare poco alla collettività ma poi la vita mi ha fatto capire che il testo e la musica di una canzone possono guarire le ferite dell’anima, un film può aiutare a fare pace con chi hai litigato e un poeta può guidarci con le su parole nel nostro smarrimenti esistenziale. Insomma noi artisti siamo utili e serviamo a molto. C’è un intelligenza del cuore da alimentare contro la depravazione dei sentimenti che sta rischiando di annientarci.