Due epoche a confronto, una figlia in cerca di una madre perduta e quattro cugini che sondano il passato per capire il presente. Ne I colori del tempo, il suo primo film passato in selezione ufficiale all’ultimo Cannes, Cédric Klapish pone domande sulla riproducibilità dell’arte e sui confini genealogici in 124’ che miscelano sapientemente romanticismo e commedia, popolare e colto.
Si comincia nella Francia di oggi dove trenta sconosciuti vengono convocati per discutere di una misteriosa eredità. Tutti discendenti di un’unica donna, Adele Meunier (Suzanne Lindon), che alla fine dell’Ottocento aveva lasciato la Normandia per cercare la madre a Parigi.
Ed ecco la sua vecchia casa, che non viene aperta dal 1944, e che i discendenti dovrebbero vendere al Comune che vorrebbe farne un supermercato con parcheggio ecologico in zona. Non andrà naturalmente così perché quel creatore di contenuti digitali che vive col nonno (Abraham Wapler), quell’ingegnere trasportista sempre attaccata al telefono (Julia Piaton), quell’insegnante di liceo vicino alla pensione (Zinedine Soualem) e quell’apicoltore sensibile (il sempre bravo Vincent Macaigne) scopriranno che guardare indietro, oggi, forse è l’unica strada per un futuro ancora possibile.
Una vera e propria partitura di rimembranze (Oggi si muove tutto troppo velocemente e voi giovani siete smaniosi di vedere tutto dice nel 1895 il cocchiere che accompagna Adéle alla stazione diretta verso Parigi) che incanta e regala sorprese grazie allo stile di Klapish (miracoloso il suo equilibrio nella tenuta della messinscena tra passato e presente che a volte si confondono naturalmente nella stessa sequenza) e alla coralità di un cast da applausi.
Ed ecco vecchie lettere e primi quadri impressionisti (e se l’autore fosse Claude Monet?), bordelli e chat di gruppo (con uno dei discendenti che sbaglia filtro e impostazioni dal pc e invece della sua faccia parla con quella di un gatto), strade dell’avvenire (lo sguardo incantato di Adele che vede Avenue de l’Opera illuminata da lontano dopo la scoperta dell’energia elettrica) e piante sciamaniche che mettono in contatto col passato (Victor Hugo mi fa la corte dice l’esterrefatta Celine dopo aver bevuto l’Ayahuasca.
Intimo e delicato, divertente e alla ricerca del tempo perduto, I colori del tempo è un film sulle eredità, artistiche ed umane che mette in relazione pittura e fotografia, arte e vita.
Con immagini di rara bellezza e uno stupefacente e accuratissimo lavoro di ricostruzione d’epoca che valgono il prezzo del biglietto.
Per chi crede che oltre l’immagine di un telefono cellulare esista ancora un altro mondo da (ri)scoprire.
In sala dal 13 novembre distribuito da Teodora