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venerdì 19 ottobre 2018
di Claudio Fontanini
Il VIZIO DELLA SPERANZA
Anime perse lungo il Volturno nel magnifico film di Edoardo De Angelis
Una ragazza che si chiama Maria e traghetta all’inferno anime perse come Caronte, un territorio che è un rifugio di peccatori e somiglia ad un purgatorio senza fine, il miracolo della vita a sovvertire un destino segnato. Non era facile per Edoardo De Angelis, due anni dopo il bellissimo e pluripremiato Indivisibili, confermarsi a quei livelli ma questo Il vizio della speranza è un potentissimo
Una ragazza che si chiama Maria e traghetta all’inferno anime perse come Caronte, un territorio che è un rifugio di peccatori e somiglia ad un purgatorio senza fine, il miracolo della vita a sovvertire un destino segnato. Non era facile per Edoardo De Angelis, due anni dopo il bellissimo e pluripremiato Indivisibili, confermarsi a quei livelli ma questo Il vizio della speranza (magnifico titolo ispirato ad una frase del giornalista e scrittore italiano di origine ucraine Giorgio Scerbanenco che si legge nella didascalia iniziale) è un potentissimo ritratto di quello che sembra un mondo a parte e finisce per essere la fotografia di un Paese. 

Ancora più compatto e stilisticamente riuscito del precedente, il nuovo film dell’autore napoletano (autore anche della sceneggiatura con Umberto Contarello) sembra un concentrato stilistico del meglio di Garrone (per il territorio rappresentato e la potenza delle immagini) e dei Dardenne (a noi vedendo il film è venuto in mente Il matrimonio di Lorna del 2008) con una prodigiosa direzione degli attori (cast da premiare in blocco) e una necessità quasi primordiale di un realismo assoluto che scava prepotente nelle menti e nei cuori degli spettatori. 

Lungo il fiume Volturno scorre il tempo senza sogni e desideri di Maria (una sensazionale Pina Turco). Cappuccio in testa, passo risoluto e un pitbull come fedele compagno, trasporta donne incinte che hanno venduto il loro bambino per necessità. A tenere le fila di quell’indegna compravendita c’è una madama ingioiellata ed eroinomane (mai vista una Marina Confalone così spaventosa) che controlla il territorio e predica la schiavitù (E’ così bella con le sue regole e le sue punizioni). 

A casa, ad aspettare Maria, una madre stanca di vivere che si addormenta nella vasca da bagno per cercare un po’ di calore (Dev’essere bello dormire per sempre confessa alla figlia) e una sorella anaffettiva. Ma la vita e la speranza di un nuovo domani possono bussare anche alla porta di quella ragazza soldato che si scoprirà incinta e dovrà decidere se tenere o meno il futuro neonato. 

Raccontare di più sarebbe un delitto ma il film di De Angelis, tutto giocato sui corpi e sugli sguardi più che sulle azioni e sulla successione narrativa, regala momenti di cinema straordinari (lo squallido matrimonio dell’amica di Maria che ha già venduto cinque figli, le fotografie delle facce impaurite dei bambini sulla giostra vorticosa) e una raggelante disumanità  collettiva che non può non sfociare, per contrappasso, in un finale quasi miracolistico e meno convincente del resto (un difetto già riscontrato peraltro in Indivisibili). 

Buio, freddo, sporco, immerso nel fango e nelle paludi e riscaldato qua e là da un piatto di patate o da un fuoco che si accende, il film di De Angelis, passato oggi nella selezione ufficiale della Festa di Romadà il meglio di se nella costruzione interna di ogni singola inquadratura (lode alla fotografia di Ferran Paredes Rubio e al montaggio di Chiara Griziotti). 

Impreziosito, come in Indivisbili, dalle struggenti musiche originali di Enzo Avitabile (indimenticabile quel viaggio in fuga solitaria della protagonista in barca sulle note di Jastemma d’ammore) Il vizio della speranza è un film di pensieri senza parole e baracche, di cicatrici e proporzioni (ovvero di uguaglianze tra rapporti come spiega la bambina nera che verrà rapita da Maria), di confini della vita, affetti a caro prezzo (Madre è chi lo desidera non solo chi partorisce dice la Confalone) e di un bambino chiamato Uomo che forse nascerà per lavare tutti i peccati del mondo. E a sottolinaere, sin troppo marcatamente, che restare umani è la più grande delle rivoluzioni.

In sala dal 22 novembre distribuito da Medusa

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