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giovedì 30 novembre 2017
Claudio Fontanini
L’INSULTO
L’incalzante dramma processuale del libanese Ziad Doueiri.Candidato all’Oscar 2018 come miglior film
Un libanese cristiano che annaffia il suo terrazzo, una grondaia difettosa, gli schizzi che arrivano in strada su un operaio palestinese e un insulto rivolto al proprietario della casa che scatena a Beirut una vera e propria guerra culturale e religiosa dando fuoco alle polveri di una cittadinanza divisa e pronta a schierarsi nel nome delle ideologie. Presentato in concorso
Un libanese cristiano che annaffia il suo terrazzo, una grondaia difettosa, gli schizzi che arrivano in strada su un operaio palestinese e un insulto rivolto al proprietario della casa che scatena a Beirut una vera e propria guerra culturale e religiosa dando fuoco alle polveri di una cittadinanza divisa e pronta a schierarsi nel nome delle ideologie. Presentato in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia (dove l’impassibile Kamel El Basha, una sorta di Henry Fonda arabo, ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore protagonista) e candidato per il Libano agli Oscar 2018, L’insulto di Ziad Doueiri non è il classico film a tesi sulle divisioni mediorientali ma fonde in un magnifico impasto narrativo pubblico e privato finendo per conciliare ferite mai rimarginate e crimini d’odio. 

Le scuse pretese e mai arrivate dal meccanico libanese Toni (Adel Karam) mettono Yasser (El Basha) di fronte ai giudici in un processo che mette alla sbarra passato, presente e futuro. Con familiari ed avvocati (si affrontano in aula un padre e una figlia), rivelazioni e choc emotivi, mediatori, j’accuse, deputati interessati e costole rotte, il film di Doueiri (il regista di Beirut, di ritorno da Venezia, è stato arrestato in patria all’aeroporto e poi rilasciato con l’accusa di collaborazionismo col nemico israeliano) è un viaggio nelle identità che si scrolla di dosso i pregiudizi manichei nel nome di un  politicamente corretto a dir la verità sin troppo esibito nella seconda parte. 

Così L’insulto da bruciante analisi politica diventa dramma processuale all’americana (la regia di Doueiri, uno che ha studiato negli Stati Uniti ed è stato assistente alla regia di Tarantino, non perde un colpo) in un incalzante andirivieni di fatti e misfatti che relativizza gli accadimenti osservandoli da due direzione opposte. 
Con l’integerrimo libanese e l’orgoglioso palestinese destinati ad incrociare non solo pugni e sguardi ma anche violenze subite e un passato più simile di quel che sembri in apparenza. 
Perché si può essere anche profughi nel proprio paese (si citano il Settembre nero in Giordania nel ’70 e il massacro del Damour nel ’76) e quella guerra finita senza vinti né vincitori (quella del Libano, durata dal ’75 al ’90) trasformò l’amnistia generale in amnesia collettiva.
Almeno in apparenza.

E per avvicinare i due uomini, più che un incontro davanti al Presidente (Tra la sincerità e la stabilità scelgo la stabilità dice ai due contendenti Michel Aoun) può servire una macchina in panne da rimettere in moto con l’aiuto di una mano esperta. 
E l’arringa finale dell’avvocato dell’accusa (le scuse come forma di civiltà non di debolezza) testimonia e mette fine, almeno sullo schermo, ad un confronto umano e politico dove nessuno ha l’esclusiva della sofferenza.
Con le donne (la moglie di Toni è incinta e vorrebbe tornare al paese d’origine del marito, quella di Yasser è cristiana e lo invita alla conciliazione) che moderano e sfumano toni e situazioni immaginando un futuro migliore e più tollerante. Magnifico e incalzante nella prima ora e sostenuto da un grande cast, il film di Doueiri si sfilaccia un poco sul finale piegandosi ad un ottimismo della volontà che risulta utopico e buonista viste le premesse..

Nelle sale dal 6 dicembre distribuito da Lucky Red

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