Il mercato del lavoro all’epoca del turbo capitalismo. You Man-su (Lee Byung Hun) ha tutto quello che desidera. Una bella casa, una moglie innamorata (Son Yejin), due figli e due cani con cuccia personalizzata. Tra allusioni sessuali, barbecue, costose lezioni di violoncello e regali alla consorte (un paio di scarpe da ballo a ricordarle la sua passione) arriva, dopo 25 anni di lavoro specializzato in una cartiera a Seul, l’inaspettata lettera di licenziamento.
Il mutuo da pagare, le partite di tennis della moglie, l’abbonamento a Netflix, un tenore di vita non più sostenibile. Dopo essersi umiliato (la consegna del curriculum al caporeparto della Moon Paper strisciando per terra tra gli uffici) e conscio di essere il più qualificato per lavorare di nuovo in una cartiera ecco quell’uomo gentile trasformarsi in un efferato esecutore di un piano diabolico votato all’eliminazione dei suoi potenziali concorrenti (Voi americani dite che essere licenziati significa essere cancellati, in Corea noi diciamo via la testa).
Secondo adattamento per lo schermo di The ax di Donald E.Westlake (già trasposto da Costa Gavras nel 2005 con Cacciatore di teste) No other choice di Park Chan-wook lavora sul presente tra scarti emotivi e di tono in una black comedy con venature thriller.
Ci sono tre uomini da eliminare nei modi più assurdi e mentre You Man-su empatizza con le vittime prima di ucciderle come in uno specchio riflesso della sua vita, Park Chan-wook orchestra a meraviglia un saggio disperato sul presente e sull’alienazione punteggiando il film (2h20’ troppe) con stacchi rapidi sostenuti dall’efficace montaggio musicale (da antologia la sequenza dell’omicidio a tre con lo stereo a tutto volume e la coppia che si rinfaccia cose mai dette prima).
Una guerra familiare combattuta a colpi di morsi di serpente e cadaveri in serra (il giardinaggio è la passione di You Man-su), vecchie pistole che hanno ucciso vietcong e denti cavati con le tenaglie.
Per scoprire, nel bellissimo finale, che forse quel gioco crudele nascondeva l’automatizzazione come premio in palio.
Presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia, il dodicesimo film della filmografia di Park Chan-wook (Old boy, Mademoiselle, Decision to leave) conferma il talento visivo del cineasta sudcoreano qui impegnato nel ritratto corrosivo e lacerante della morte della solidarietà a vantaggio di un solipsismo tossico. Al Lido avrebbe meritato il premio per la regia.
In sala dal 1 gennaio distribuito da Lucky Red