Il bianco del cielo e della terra si confondono durante una tormenta di neve mentre il quarantenne Samet (Deniz Celiloglu) fa ritorno in un villaggio sperduto dell’Anatolia orientale. Insegna educazione artistica in un liceo, è cinico, disilluso e ha un unico obiettivo: chiedere il trasferimento a Istanbul dopo il quarto anno di servizio obbligatorio e fuggire da quella squallida realtà.
Le bevute con qualche amico, un destino straniante da sopportare, la casa divisa con un collega inerme (Musab Ekici) e l’allieva prediletta, Sevim (Ece Bagci), una Lolita turca studiosa e maliziosa che lo denuncerà per comportamenti inappropriati (c’è di mezzo una lettera d’amore sequestrata in classe).
E l’incontro con Nuray (la meravigliosa Merve Dizdar premiata a Cannes 2023 come miglior attrice) una collega con un passato da militante politica (ha perso la gamba in un attentato suicida) e che forma coi due uomini un triangolo affettivo che scatenerà bilanci di vita e amare consapevolezze esistenziali.
Al suo nono lungometraggio e dopo tre premi a Cannes (Grand Prix nel 2003 e 2011 per Uzak e C’era una volta in Anatolia e Palma d’Oro nel 2014 per Winter Sleep) Nuri Bilge Ceylan declina ancora una volta la sua poetica in un capolavoro di stile e messa in scena che scandaglia le psicologie attraverso dialoghi che sembrano provenire dai romanzi russi di Dostoevskij e Cechov.
Crisi della democrazia turca, lotta tra individualismo e collettivismo, regolamenti e tradizioni, alienazione e isolamento, fisico e morale. Parla di tutto questo il fluviale film di Ceylan (3h17’) che attraverso il tessuto geografico, etnico e sociale fotografa con chirurgica precisione stati d’animo e pensieri reconditi di un pugno di personaggi dei quali si avverte la fatica del vivere ad ogni movimento.
Erbe secche (il titolo originale del film citato nello struggente monologo finale di Samet) destinate a scomparire rapidamente e riconsegnate alla stanchezza di chi spera inutilmente. Tra regali segreti e cambi di prospettiva (Come puoi disegnare qualcosa che non conosci?), verità e finzione (nella scena più bella del film, quella dell’invito a cena a casa di Nuray, Ceylan si permette di fare uscire di scena, letteralmente, Samet, che cammina per il set e prende una pillola di Viagra prima di rientrare nell’appartamento e fare sesso), madri alla finestra e cani randagi affamati, rimpianti (La gioventù è una cosa meravigliosa, peccato sia sprecata nelle mani dei giovani), acqua di sorgente e il sottile confine che divide bene e male, dolore e felicità,
Racconto di due stagioni è una continua battaglia tra pensiero ed azione, tra la potenza e l’atto risolutivo che non arriva mai a trasformare definitivamente l’utopia in realtà. Ma l’opera d’arte di Ceylan (di questo si tratta) invita anche a scegliere da che parte stare, rivendicando il diritto alla solidarietà e alla ricerca della giustizia.
Perché la lotta sociale implica responsabilità e anche l’amore diventa impegno morale. Perché tutte le cose belle di questo mondo restano impigliate nelle ragnatele che tessiamo e alla fine non arrivano mai a noi? si chiede amaramente Nuray nel sottofinale di questo film potente e appassionante, rigoroso e necessario.
Un trattato sull’essere umano e sulla potenza del cinema con personaggi che traboccano realismo e verità e che si specchiano (attenzione al regalo del professore alla sua allieva) in una bellezza sognata e desiderata (indimenticabile l’inquadratura finale di Sevim negli occhi di Samet) da intendersi più come elisir di vita, segnale trascendentale che atto sessuale. Imperdibile.
In sala dal 20 giugno distribuito da Movies Inspired