Il mondo intero racchiuso in un festival, con le sue contraddizioni, le guerre di religione e d’etnia, le lacerazioni interne. Ma anche con le sue diversità, arricchenti dal punto di vista mentale e spirituale, che devono diventare un punto di forza e non elemento di divisione. L’umanità tutta, raccolta sotto lo stesso cielo, è infatti ospite di un unico villaggio globale: la terra. Inutile fare finta di niente o peggio, pensare di blindare le frontiere alzando muri sempre più alti, forieri solo di scontri e rigurgiti razzisti. Il cinema come bandiera di integrazione, libertà e convivenza è il leit motiv della IIa edizione del Film Festival Senza Frontiere, kermesse ospitata dal 1° al 3 luglio alla Casa del Cinema di Roma che si propone di amplificare la cinematografia indipendente di paesi lontani anni luce dallo starsystem, ma sistematicamente in primo piano quando si tratta di politica internazionale, specie in zone ‘calde’ come l’Iran e la Corea del Nord. Attraverso il linguaggio dell’arte (film, musica e fotografia), ma soprattutto grazie alle esperienze di vita vissuta amplificate sul grande schermo, il Festival contribuisce a fare breccia nelle pareti della diffidenza e del pregiudizio erette dagli uomini. E a mettere i popoli in connessione, gli uni con gli altri.
Per quello strano gioco del destino che, a volte, fa coincidere Storia e finzione, il tema del Festival quest’anno è il ruolo della donna e degli adolescenti nelle diverse culture: dalla repressa e censoria Iran, alla bellicosa Corea del nord. Il cinema iraniano farà capolino a Villa Borghese con Head Wind, pellicola sulla censura proiettato alla presenza del regista Mohammad Rasolouf; Feminin Masculin cortometraggio di Sadaf Foroughi su una donna conducente d’autobus a Teheran, e la video performance di Shahram Karimi sul Muro di Berlino. Diretto da Fiamma Arditi e supportato da Campidoglio, Provincia di Roma, e Regione Lazio col patrocinio di Unesco e Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il Festival Senza Frontiere ’09 accende gli schermi domani alle ore 15 con la proiezione dei corti realizzati sul tema del ‘muro’ dagli scolari di quinta elementare della scuola romana Pistelli. A seguire il film Dunya e Desie (candidato per l’Olanda agli Oscar 2008) della regista Dana Nechustan, che narra l’amicizia tra una ragazza marocchina e una coetanea olandese in un quartiere di Amsterdam cresciute tra mille differenze culturali, e Off and running di Nicole Opper, reduce dal Tribeca Film Festival. Pausa musicale col concerto del marocchino Nour Eddine che mescola musiche berbere e contemporanee, dopodiché toccherà al film Ramchand pakistani (Premio Fipresci della critica) introdotto dal regista Mehreen Jabbar: storia di un bimbo pakistano che per sbaglio supera il confine e finisce col padre in una galera indiana.
Giovedì 2 luglio buio in sala per Pray the devil back to hell di Gingi Reticker, storia delle donne liberiane che si uniscono per fermare la sanguinosa guerra civile (Miglior Documentario Tribeca 2008), Sing for Darfur di Johan Kramer sulla tragedia sudanese svelata attraverso storie diverse vissute a Barcellona prima di un concerto (Miglior film drammatico al Paris ECU ’09). Il 3, invece, toccherà a Kashmir: journey to freedom di Udi Aloni presentato all’ultima Berlinale, ed a Yodok stories, film reduce dal Tribeca Festival in cui alcuni rifugiati di un campo di concentramento della Corea del nord raccontano il loro dramma in un musical. Chiusura di lusso con I bring what I love di Elizabeth Chai Vasarhely interpretato dalla popstar senegalese Youssu Ndour (Premio Speciale della Giuria ad Abu Dhabi 2008). Oltre alla mostra di Bart Michiels con le foto più significative prese su famosi campi di battaglia europei, la Casa del Cinema ospiterà in Galleria il saggio fotografico Senza frontiere degli studenti di una scuola pubblica newyorkese.
Insomma, un Festival da ascoltare con gli occhi e con il cuore, perché tanti (e preziosi) sono i messaggi che invia in un momento delicato in cui, anche nella ridente ed accogliente Italia, il timore dell’altro, dello straniero, spinge i popoli alla chiusura. Dice in proposito la reporter Iman Sabbah che quest’anno ha collaborato alla realizzazione del Festival: “Vivo in Italia da dieci anni e oggi non è facile, c’è smarrimento e confusione nella gente - ammette la giornalista palestinese di nascita, cresciuta in Israele e di fede cristiana - sento che stiamo tornando indietro. C’è un razzismo crescente che imputo allo spaesamento degli italiani, non solo per il delicato momento politico. Spero che questo Festival di cinema ‘alternativo’ ci aiuti a capire una realtà che non ci viene mostrata in maniera adeguata”.
Ed il critico Marina Fabbri, tra i responsabili della selezione filmica della kermesse, aggiunge: “Il mondo è uno: giovani e donne sono i propulsori di un’energia positiva che favorisce la comunicazione tra i popoli". La parola, ora, alle immagini filmate.