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sabato 29 maggio 2010
di Silvia Di Paola
Il compleanno
Melodramma contemporaneo per l’opera seconda di Marco Filiberti con un cast di grande efficacia
Amore, morte e l’abisso del silenzio. La ricetta è di sempre. Su questo si può costruire anche il più contemporaneo dei melò. Quello che sceglie il colore del dramma e la sintassi del melò e che, pur immerso nella dialettica melodrammatica sceglie di procedere per sottrazione: “Sono andato avanti così, togliendo, sottraendo, sia pure in una struttura costruita come un melò e come un omaggio a Douglas Sirk. Ho proceduto per sottrazione, verso l’abisso di silenzio e omertà che definisce il clima del film”. Parola di Marco Filiberti che dopo l’esperienza

Amore, morte e l’abisso del silenzio. La ricetta è di sempre. Su questo si può costruire anche il più contemporaneo dei melò. Quello che sceglie il colore del dramma e la sintassi del melò e che, pur immerso nella dialettica melodrammatica sceglie di procedere per sottrazione: “Sono andato avanti così, togliendo, sottraendo, sia pure in una struttura costruita come un melò e come un omaggio a Douglas Sirk. Ho proceduto per sottrazione, verso l’abisso di silenzio e omertà che definisce il clima del film”.

Parola di Marco Filiberti che dopo l’esperienza veneziana in Controcampo, arriva nei cinema con questo suo Il compleanno, corposissimo cast (da Alessandro Gassman a Maria de Medeiros, da Michela Cescon a Massimo Poggio, da Piera Degli Esposti a Christo Jivkov) ed un film costruito su tre domande, tre dilemmi morali e tre risposte che (per fortuna) non ci sono. Che ognuno si dà da sé ma proprio per ciò è fondamentale il modo in cui la domanda è formulata.
 
Marco Filiberti lo sa bene e, dopo un primo lungometraggio (Poco più di un anno fa presentato alla Berlinale del 2003), oltre che dopo trascorsi da attore, cantante, autore teatrale, si ributta nel cinema con questa ambiziosa opera seconda. E il perché ce lo spiega così: “Direi che il film è costruito su tre domande che si imporranno allo spettatore e che riguardano l’amore di un adulto per un minorenne, la possibilità di aiutare a morire la persona amata e l’eventualità che anche una madre possa non amare il proprio figlio. Tre questioni morali legate tra loro come fossero matrioske e affrontate non con i criteri di un’indagine sociologica ma con parametri solo artistici che, evitando volutamente moduli da commedia di costume, traghettino il film verso una tragedia a sfondo metafisico, verso un dramma mediterraneo”.

Non poco per un film che parte e attraversa la passione di Tristano e Isotta (“il mito scandaloso, espressione dell’ineluttabilità del destino attraverso i percorsi dell’inconscio”), spalma molte immagini sul territorio marino ai piedi del Circeo (“cornice naturale pregante di suggestioni epiche e mitologiche intrise di seduzione e che evoca anche una dimensione culturale che qui ha visto nascere opere di artisti quali Pasolini, Moravia e Bertolucci”), fa echeggiare le imponenti noti di Wagner (“il binomio Amore-Morte eternato da Wagner nel Tristano e Isotta è il leitmotiv drammaturgico della storia”) e rimanda di continuo alla pittura rinascimentale.
Non poco anche per quello che vuol essere “un film di transizione, specchio di questi tempi in divenire, dove le domande etiche si impongono e noi siamo sempre affannosamente in cerca di risposte”. Le risposte che cercano, ovviamente invano, i protagonisti del film.

Da Alessandro Gassman, che del suo personaggio spiega che “si tratta di un giovane di buona famiglia per niente cresciuto e vittima della sua fragilità, un giovane che voleva fare l’attore ed è finito nello studio legale del padre, che voleva costruire una famiglia un po’ hippy ed è finito per sbaglio padre giovanissimo di un figlio fatto con una donna che non lo capisce”, a Massimo Poggio nel ruolo del protagonista Matteo che chiosa: “io sono un uomo colto, razionale e determinato, affettuoso e spiritoso, con moglie e figlia ma che, ad un certo momento, conosce la passione vera, quella incontrollabile, quella che distrugge ogni cosa intorno a sé, e precipita nell’abisso”. E, ancora, da Michela Cescon interprete di “una donna forte in apparenza che si è trovata a diventare madre molto giovane, senza un vero compagno vicino e alla quale sembra d’impazzire quando scopre che il suo migliore amico corteggia suo figlio minorenne”, a Maria de Medeiros, “donna dolce e sensibile ma insicura che vive di luce riflessa del suo brillante marito, non ponendosi eccessive domande su di lui, donna che porta addosso i segni della vittima sacrificale predestinata, come una Desdemona innocente che va incontro al suo destino ingenuamente”.

E incontro al destino, o al caso, corrono tutti in questa storia che scivola vertiginosamente verso il nero mentre il regista crea un’unità di tempo, luogo ed azione e chiude tutti loro nella cornice claustrofobica della casa che però si staglia sull’immenso del mare di fronte. Infinità senza appigli.

Nei cinema dal 28 maggio distribuito da Ellemme con il sostegno di Agis e Fice in 12 sale.

Note:
*
Il film è vietato ai minori di 14 anni.
* E’ stato prodotto da Zen Zero S.r.l. con la partecipazione degli Ateliers d’écriture Evian éQuinoxe 2007 al Royal Evian Resort, con il supporto di Marche Film Commission e Regione Marche, e con la collaborazione della Fondazione Pergolesi Spontini.


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