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mercoledì 10 giugno 2020
di Silvia Di Paola
Redemptio
Arriva su Chili il docufilm di Fabio Cillia sulle storie di 7 uomini del carcere di Caltagirone
La vita dietro le sbarre di una prigione, la vita perduta per errore, la vita  come vorremmo che fosse,la vita assetata di riscatto. E’ andato in cerca di tutto questo Fabio Cillia nel suo film lungo dieci anni, girato nel carcere di Caltagirone e nato nel 2010 attraverso il canale produttivo scolastico Europeo, meglio conosciuto come progetto PON. Oggi questo docufilm il cui titolo recita Redemptio, arriva su Chili. Sette uomini che cercano di raccontare e di raccontarsi attraverso paure e rimorsi, speranze e redenzioni, tutto pur di scavalcare e lasciarsi alle spalle incubi e mondi da dimenticare. E il regista racconta, guardando indietro.

Nel 2010 decisi di concentrare la mia attenzione su un documentario che potesse raccontare ciò che non e’ semplice ascoltare nella vita di tutti i giorni e cosi è nata  una  nuova collaborazione con il produttore Salvatore Alongi  e la società One Seven Movies. La mission era veicolare tutte quelle emozioni, paure, sogni, speranze di uomini che si erano meritati, con le loro azioni, la condanna più grande e di raccontare in qualche modo anche il terrore di riprendere in mano la propria libertà”.

Questi gli intenti ma poi che cosa ha significato entrare nella vita del carcere?
Abbiamo iniziato le riprese straordinarie concesse dal direttore della Casa Circondariale di Caltagirone a condizioni precise ed imprescindibili. Numero uno telecamera compatta (handy cam), un solo cavalletto, un solo operatore. E’ evidente che sono entrato li’ dentro come un reporter, un inferno ad occhi aperti. Queste esperienze non sono comuni a tutti. Durante la lavorazione ho sentito e assistito a cose che non avevo mai visto ne’ sentito. Abbiamo incontrato circa 60 detenuti e selezionati i 7 protagonisti. E’ li’ che ho capito l’importanza effettiva del film”.

In che senso?
Il documentario sarebbe stato un limbo, un punto di incontro tra “i vivi e i morti”, tra chi vive e sopravvive. Quello che viene fuori da questo film e’ una preghiera di ascolto, uno sfogo dettato dal desiderio di redenzione, di chiedere perdono ed essere perdonati ma allo stesso tempo di essere ascoltati e compresi. La reazione dell’interlocutore diventa perversa e contorta. Da una parte la voglia di condannare, giudicare e dall’altra di comprendere, magari con un nodo in gola”.

Ma quali sono state le maggiori difficoltà?
Girare nella casa Circondariale è stata una vera e propria scommessa professionale. Non solo combattevamo contro le ostilità di quelle mura ma avevamo veramente serie difficoltà tecniche e artistiche per via delle innumerevoli restrizioni imposte dalle  normative interne. Solo una camera da presa, un cavalletto e un assistente potevano entrare con me dentro la struttura. Avrei certamente avuto enormi spunti ma alla fine tocca solo ringraziare per aver avuto la possibilità di aver portato fuori testimonianze così forti”.

E come si è chiusa questa esperienza?
Attendendo diversi anni, per far si’ che i sette protagonisti uscissero tutti dalla Casa Circondariale ed avere un quadro completo dei loro destini, poi abbiamo iniziato le riprese cinematografiche delle ricostruzioni. Volevo che il film fosse una realtà aperta al confronto di idee, valutazioni e quant’altro ci si possa aspettare da un prodotto del tutto vero”.

 
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Foto dall’Ufficio Stampa

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