Juan Olivier (Alberto Ammann) è un secondino alle prime armi che ha la sfortuna di iniziare il nuovo lavoro lo stesso giorno in cui scoppia una rivolta tra i carcerati. Coinvolto dal capriccio del destino in queste tragiche circostanze, Juan deve sfruttare al massimo la sua risorsa più preziosa: l’intelligenza. Decide di fingersi a sua volta un detenuto per cercare di indirizzare la rivola nella direzione più utile a riguadagnare la libertà. In questa situazione però, si rende conto anche di essere tutt’altro che l’uomo timido, fragile e di buone maniere che aveva sempre pensato di essere. Scopre che per sopravvivere sull’orlo di un abisso si è davvero disposti a tutto...
Così, questo è l’inferno senza andata. L’inferno non di un detenuto ma di un uomo comune. O anche: entrare in carcere come agente al pre-primo giorno di lavoro e non uscirne più. Da vivo. Uscirne solo dopo essere stato un finto detenuto ed un vero assassino. Dalla Spagna con furore e con ben otto Goya alle spalle arriva questa storia sulla natura umana e sull’espiazione impossibile, Cella 211 - dal libro omonimo di Francisco Pérez Gandul (Marsilio) - firmata da Daniel Monzón, e domani sui nostri schermi. Arriva da una documentazione dura e pura (“ci siamo documentati dentro veri carceri perché, anche se partivamo da un libro, volevamo aggiungere degli elementi reali”) e dall’idea di base che “in fondo il carcere è lo stesso mondo di fuori ma in Mp3, allo stato compresso”. E arriva qui con un protagonista, Luis Tosar (anzi, coprotagonista perché è il boss dei detenuti, Malamadre, accanto all’agente infiltrato che resta dentro, intrappolato dall’improvvisa rivolta carceraria) che confessa “di aver sempre amato il cinema sociale ma da attore il cinema action e di personaggi estremi che cercano di sopravvivere e che hanno vissuto di tutto, personaggi che vivono al margine, anche se stavolta il mio personaggio è una sorta di stare in carcere e per lo spettatore è più facile identificarsi di quanto non fosse magari identificarsi col violento di Ti do i miei occhi”.
E gli altri compagni di set?
“Raramente un attore può scegliere dei ruoli così interessanti, anche se il mio non è un ruolo da protagonista” dice Marta Etura, qui moglie e martire. E l’altro protagonista Alberto Ammann: “Sono un giovane che pensa di essere sul punto di diventare padre e, invece, si trova chiuso in un carcere durante una rivolta e tutto cambia. Al regista ho proposto ciò che avevo letto nel mio personaggio gettato in qualcosa che è molto più grande di lui e che non possiede il carattere dell’eroe. E’ solo uno che cerca stabilità, guadagnare un po’ di soldi e magari passare inosservato e mantenere un basso profilo. Così tutto ciò che avviene passa dentro lui che così sopravvive alla bestialità di tutto quello che gli sta intorno. Sono argentino, ho conoscenza col mondo carcerario del mio paese ed ho trovato somiglianza tra le condizioni delle carceri di oggi e quelle degli anni Settanta e Ottanta e mi sono ispirato a quelle immagini. In cerca di un ruolo reale, crudo, senza trucchi di tipo americano in cui il protagonista si trasforma sempre in eroe”.
Ma la condizione delle carceri in Spagna è solo la cornice o il vero centro del film per Monzón?
“E’ molto migliorata ultimamente ma, in alcuni casi, è ancora tremenda e soprattutto ci sono dei detenuti che vengono considerati davvero immondizia, ci sono detenuti malati che non vengono curati, e non a caso ho voluto cominciare con una sequenza di suicidio, quella di un detenuto cui non era stato curato un tumore in testa: ci sono detenuti che vengono visitati solo attraverso le sbarre. Era su questo che volevo puntare. Soprattutto non partire da precisi riferimenti cinematografici ma da una prigione spagnola reale, dove i detenuti non indossano tutti la stessa prigione, le celle non sono tutte uguali e non c’è niente dell’ordine delle carceri americane che siamo abituarti a vedere al cinema. Volevamo, insomma, concentrarci sulla Spagna e sulle condizioni delle sue carceri”.
E la Spagna come ha reagito, premi a parte che di certo non sono mancati?
“Siccome siamo durante una rivolta con poliziotti ed anche detenuti ostaggi, cosa nella realtà altamente improbabile, il film non ha provocato molta polemica ma semmai reazioni positive da parte della gente che ha apprezzato il fatto che anche il tema del terrorismo sia trattato senza tabù. E’ importante questo in Spagna e, infatti, all’inizio qualcuno ci aveva proposto di eliminare i terroristi; ma noi abbiamo insistito perché volevamo assolutamente rappresentare il carcere come un microcosmo della società”.
E potrebbe esserci remake, a stelle e strisce?
“Sì, abbiamo ricevuto delle proposte ma l’idea che il nostro film possa servire da brogliaccio per un’altra pellicola mi dà un po’ fastidio, non riesco neppure pensare ad attori diversi da questi nei ruoli dei protagonisti… Dunque non so”.
Nelle sale dal 16 aprile distribuito da Bolero Film in 180 copie.
Note:
Gli otto Premi Goya 2010
* Miglior Film
* Miglior Regia: Daniel Monzón
* Miglior Attore: Luis Tosar
* Miglior Attrice non protagonista: Marta Etura
* Miglior Attore Esordiente: Alberto Ammann
* Miglior Montaggio: Mapa Pastor
* Miglior Sceneggiatura non originale: Daniel Monzón e Jorge Guerricaechevarria
* Miglior Suono: Sergio Burmann, Jaime Fernández e Carlos Farauolo.