Come si può vivere per trenta anni in una cella minuscola e poi uscire pronti a perdonare chi ti ci ha rinchiuso?
E’ questa la domanda. Ed è anche la risposta che attraversa interamente le oltre due ore di Invictus. Che significa “imbattuto” ed è il titolo di un poema inglese che ispirò, aiutò, sostenne quasi il Nelson Mandela prigioniero. Come lui stesso ha raccontato e come ci racconta di nuovo Morgan Freeman che lo interpreta per il grande schermo nel prossimo venturo film diretto e prodotto da Clint Eastwood (e pare che la scelta sia caduta su Eastwood per suggerimento dello stesso Freeman che però giura “sul set non ho dato a Clint neanche un consiglio, sono dotato di una certa dose di arroganza ma non così tanta da spingermi a dare suggerimenti al grande regista Eastwood”) e titolato, appunto, Invictus.
Per lui, quinta nomination all’Oscar, “ricorrere con Eastwood è insieme un vantaggio e uno svantaggio. E’ chiaro che in una rosa di dieci film Invictus ci sarebbe potuto rientrare e, invece, non c’è rientrato, significherà pur qualcosa”. Magari vincerà per la sua interpretazione dopo aver sofferto, dice lui, “per essere stato faccia a faccia, io vecchietto con un bello, bravo, atletico, perfezionista come Matt Damon che non era affatto intimidito dai miei anni. Mi sono sentito vecchio accanto a lui e l’ho odiato” scherza . Poi fiero e a faccia scoperta, diretto e lineare, parla di questo film, che lo vede per la terza volta insieme a Eastwood e dopo Gli spietati e Million Dollar Baby. Un film che da quella domanda parte e su quella costruisce tutta la vicenda di un uomo prima ancora che di un leader. Di un uomo che aveva capito tutto. Tutto ciò che serve davvero per sopravvivere.
E per questo appena eletto presidente capì che nessun odore di vendetta doveva spargersi per l’aria, che i machete andavano buttati a mare e che il perdono doveva essere la sola arma audacemente maneggiata e che il rugby non era affatto, come in tanti gli ripetevano, una perdita di tempo ma la sola cosa che poteva, in quelle circostanze, unire tutta la nazione, i bianchi che nella nazionale giocavano ma anche i neri che l’avevano sempre odiata come emblema dell’apartheid . Capì che tutto questo era necessario. A qualunque costo. Anche a costo di cambiare molte idee e scelte da fare ma, d’altra parte, “se io non riesco a cambiare quando le circostanze lo richiedono come posso aspettarmi che lo facciano gli altri?”. Così si domanda il perfetto Mandela di Freeman (che mima gesti, camminata e inglese alla perfezione anche se ama “il golf a basso impatto e non certo il rugby”) che lui da una vita voleva interpretare e che lo stesso Mandela avrebbe voluto interpretato da Freeman.
Chi è Mandela per lui? “Un uomo generoso, preciso, lungimirante, capace di compassione. Se dovessi trovare qualcosa di negativo direi che come ogni uomo c’è qualcosa di negativo ma nulla di cui si parla nel film in cui a contare è quello in cui Mandela credeva: il rugby come forza unificante di una nazione in cui per cambiare bisogna andare oltre l’odio tra neri e bianchi”. Ma come si è preparato per questo che per lei è “il ruolo della vita”?
“Ho accumulato le munizioni negli anni per poi poterle sparare, da un decennio mi documento sul personaggio,da ogni punto di vista. Per questo film che porta con sé un messaggio per tutti”.
E la sua memoria va dove non è andata per molto tempo. Ai tempi in cui Mandela lo “intimidiva” perché “era un uomo davvero importante e fondamentale per il suo popolo…Non credo che qualcuno mi abbia mai intimidito tanto…non credo che il Papa mi intimidirebbe tanto".
E neppure Obama, che ha la metà degli anni di Mandela e tutto un altro passato. E poi credo che Mandela qualunque decisione prendesse lo faceva con tale rigore morale che era difficile resistergli e anche all’interno dell’ANC non c’era persone sufficientemente forti per opporsi a lui. Obama ha muri di opposizione intorno, combatte su più fronti e, nell’opposizione, ci sono molte persone inclini e abili nel creare barriere al cambiamento e questo significa che ci si trova in mezzo a due guerre. Una è la guerra alla droga per cui si spendono cifre indicibili e nessuno dice niente o si alza per proporre qualcosa di diverso e poi c’è la riforma sanitaria in cui in tanti si alzano e dicono “non ce la possiamo permettere”. E, per la cronaca, che cosa ha detto Mandela dopo aver visto il film? “Niente” . Risposta lapidaria, ma tutto era già stato detto prima.